BUFALE, PANZANE, FANDONIE

Credere o non credere? Questo è il dilemma! E a cosa possiamo credere? Una premessa al libro che ci farà da guida, Free From Fake di Giorgio e Martina Donegani. Secondo il libro citato, la scienza della nutrizione ha raggiunto punte avanzatissime. Mi domando: è corretto in questo caso parlare di scienza? Poi vedremo se è utile. Scienza è un concetto non facile da spiegare. Una delle definizioni possibili è solo apparentemente ovvia: lo scienziato è chi si comporta come tale.

 

 

 

 

Ma in che modo si comporta lo scienziato? È essenziale prima di tutto che sappia dubitare: non esistono infatti verità assolute, ma verità transitorie, da superare per raggiungerne altre. I dati acquisiti vanno perciò inseriti in un sistema in movimento, sottoposto a frequenti cambiamenti. Questo necessario atteggiamento di dubbio, di continua verifica, è abbastanza anomalo per l’uomo, che si affeziona alle proprie idee e cambia parere con molta difficoltà.

 

Non deve esserlo per lo scienziato. Che necessariamente sottopone a un adeguato controllo i risultati ottenuti, per verificare che siano validi. In altre parole, quando si formula un’ipotesi bisogna fornire le “pezze d’appoggio” sperimentali, con i dati e la descrizione dell’esperimento, in modo che chiunque possa ripeterlo, verificarlo o criticarlo. La scienza della nutrizione, o trofologia, come la medicina, si può dunque considerare scienza perché ne adotta il metodo.

 

Ma comunicando i risultati, seppur transitori, della scienza, si riesce a convincere gli interlocutori? In genere, no. Le parole pur autorevoli degli addetti ai lavori non hanno sempre il potere di modificare la nostra posizione su un argomento, ma anzi possono indurre paradossalmente le persone a trincerarsi ancor più nelle loro convinzioni.

 

Questi “effetti di contraccolpo” sono riconducibili a dei meccanismi di difesa adoperati per ridurre la dissonanza cognitiva, sentimento che si prova quando si hanno delle convinzioni che entrano in conflitto con le informazioni che si ricevono. Un modo per alleviare questa spiacevole sensazione è quello di rinforzare ciò in cui crediamo, rendendoci ancor meno disponibili ad accettare evidenze contrarie. Le persone tendono a scegliere selettivamente le informazioni che sostengono i loro punti di vista.

 

 

Ti convinco o no? E come ti convinco?

 

Contrastare efficacemente la disinformazione è un compito tutt’altro che semplice. Una credenza diffusa, ma sbagliata, è che sia sufficiente fornire alla gente il maggior numero possibile di dati. Le convinzioni errate delle persone sarebbero dovute unicamente a una mancanza di informazioni corrette. Ma numerosi studi dimostrano come, una volta che l’idea sbagliata è stato immagazzinata, non si può semplicemente spazzarla via.

 

 

 

 

Quindi, per sfatare miti e false credenze in modo efficace bisogna prestare attenzione non solo a cosa pensano le persone ma anche a come pensano, come elaborano i concetti, come li modificano in ragione delle conoscenze preesistenti e della propria visione del mondo.

 

Il libro citato ha adottato una strategia efficace:

  1. utilizza espliciti avvertimenti che segnalano un’informazione scorretta. Mettere in guardia consente di indurre un temporaneo stato di scetticismo che permette di discriminare più efficacemente ciò che è vero da ciò che è falso;
  2. ripete più volte che una determinata informazione è sbagliata, cosa che può ridurre la fiducia che le persone ripongono in essa;
  3. evita i vari possibili effetti negativi della comunicazione. Ad esempio, un buon comunicatore dovrebbe rendere il messaggio meno minaccioso e intimidatorio rispetto alla visione del mondo dell’interlocutore.

 

Quello dell’ignoranza è un fenomeno complesso. Può riguardare non solo l’incompletezza o la mancanza di conoscenze su un certo argomento, ma può essere anche una questione di “incertezza” dovuta ai limiti della scienza.

 

Ma c’è un altro tipo di ignoranza, in qualche modo prefabbricata. La Coca-Cola, per esempio, ha contributo a finanziare delle ricerche sull’obesità, con lo scopo di promuovere l’idea secondo cui non sia dovuta all’eccessivo apporto calorico dell’alimentazione, ma esclusivamente alla mancanza di attività fisica. A questo proposito Simon Capewell, professore di epidemiologia clinica all’Università di Liverpool, ha affermato che «affidare la ricerca sull’obesità alle industrie alimentari è come affidare la banca del sangue a Dracula.»

 

I mass media fanno spesso un uso strumentale del confronto dei pareri, perseguendo ed enfatizzando il disaccordo, contrapponendo l’opinione di persone non competenti a quella di esponenti della comunità scientifica. Ma non si padroneggia un argomento dopo qualche lettura superficiale o un’ora di ricerche sul Web. A questo proposito, una vecchia storiella diceva: «si cura con l’enciclopedia medica e muore per un errore di stampa.»

 

Il problema della credibilità della fonte comunicativa, o meglio della percezione della sua credibilità, e del suo potere persuasivo, è complesso. Ma un libro o una rivista cartacea hanno un linguaggio e un’articolazione di contenuti che io credo continui in molti casi a giustificarne l’esistenza.

 

Paola Chessa Pietroboni

direzione@cibiexpo.it