Vediamo come si inserisce l’agricoltura, e in particolare quella metropolitana, negli obiettivi dell’Unione europea e in quelli del nostro Paese.

Quali sono le finalità del Green Deal (Patto Verde) dell’UE e della strategia Farm to Fork (dal produttore al consumatore), il piano decennale messo a punto dalla Commissione per realizzare un sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente?
Al convegno del 21 giugno 2022 “Obiettivi per l’agricoltura e lo sviluppo rurale metropolitano nel prossimo decennio” abbiamo ascoltato la relazione del professor Angelo Frascarelli, presidente dell’ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare).
Abbiamo riassunto la sua relazione. L’agricoltura si deve occupare di 4 Effe: Feed, Food, Fiber, Fuel (mangime, alimento, fibra e carburante). Oggi il tema è particolarmente importante, perché nel mondo agricolo italiano, a livello politico oltre che scientifico, c’è una forte contrapposizione. Bisogna far prevalere la produzione di cibo, l’ambiente o l’energia?
Si sente dire che la “Farm to Fork” è la rovina dell’agricoltura. Che adesso non si deve pensare all’ambiente ma al cibo.
In realtà, vediamo che siccità e cambiamento climatico non mollano. Cibo, ambiente ed energia sono 3 obiettivi fondamentali e devono procedere insieme. I consumi alimentari nel mondo aumentano in maniera costante, ma la produzione, grazie agli agricoltori e al progresso tecnico, cammina di pari passo.
Allora possiamo star sereni?
Dobbiamo stare attenti ai fattori strutturali. Tra questi: l’aumento dei consumi, costante e impressionante; il cambiamento climatico che genera incertezze e volatilità; l’aumento del fabbisogno energetico mondiale. L’obiettivo Farm to Fork è molto semplice: neutralità climatica nel 2050. Oggi stiamo incidendo negativamente sull’ambiente, sul clima, sul globo.
Cosa si deve fare per raggiungere la neutralità climatica?
La Farm to Fork attribuisce un ruolo fondamentale al consumo sostenibile. Questa strategia raccomanda di ridurre del 50% l’uso di agrofarmaci entro il 2030; di agire sulle concimazioni, oggi con un’efficienza bassissima. Possiamo ridurre della metà gli antibiotici e raggiungere il 25% di agricoltura biologica. Ma si teme che, così facendo, cali la produzione, aumentino i costi, diminuiscano le esportazioni (noi come Europa siamo esportatori netti) e aumentino le importazioni, peggiorino il deficit alimentare e i prezzi per il consumatore. Allora, perché farlo?
Ma sono veri questi numeri?
Gli studi dicono che, se noi applichiamo questa strategia all’agricoltura di oggi, senza cambiare nulla, andiamo incontro ai citati effetti negativi. Ma non è così se guardiamo all’agricoltura in divenire: tra 10 anni non sarà quella di oggi. Per quanto riguarda, ad esempio, la riduzione degli antibiotici, gli amici veterinari dicono che, se invece di darli in maniera diffusa a tutti, si curassero solo gli animali che stanno male, non sarebbe un problema ridurli del 50%. L’Italia in Europa è il secondo Paese per il loro utilizzo.
Possiamo raggiungere questi obiettivi con un’evoluzione. Per inciso, gli agrofarmaci già li stiamo riducendo, e già stiamo migliorando sul fronte dell’energia rinnovabile. Dobbiamo pensare che, da qui a 10 anni, ci saranno talmente tante innovazioni che raggiungeremo gli obiettivi della Farm to Fork, qualcuno prima e qualcuno dopo, mantenendo la produzione e non riducendo il nostro export agroalimentare. La vera vincitrice di questa strategia è l’agricoltura biologica. Unica pecca: probabilmente, il consumatore dovrà pagare qualcosa in più.
Che cos’è l’agricoltura metropolitana?
Un sistema alimentare sostenibile deve garantire alle persone un approvvigionamento sufficiente, diversificato, di alimenti sicuri, nutrienti, economicamente accettabili e accessibili in qualunque momento, anche in tempi di crisi. Ecco qual è il ruolo della produzione locale, dalla quale non si può prescindere per affrontare il futuro, con le comunità che mettono in relazione città e campagna. E non si tratta di coltivare l’idea della sovranità alimentare, che per l’Italia sarebbe una catastrofe; noi dobbiamo esportare e, in alcuni casi, importare.
Dunque, l’agricoltura è cambiata?
E cambierà ancora. Siamo passati da quella tradizionale degli anni Cinquanta a quella industriale, poi all’agricoltura multifunzionale. In questo senso, la Lombardia è la terza regione italiana per integrazione tra città e campagna. Il modello a cui tendere è l’agricoltura “smart”: sostenibile (parola con molti ambiti d’applicazione: ambiente, energie rinnovabili, benessere animale, economia circolare) e attenta alla salute. Come si ottiene tutto questo? Non certo con l’agricoltura del nonno. L’innovazione significa tante cose: il digitale, la robotica, gli NBT (New Breeding Techniques, cioè nuove tecniche di miglioramento genetico), non gli OGM che sono morti e sepolti, la blockchain, l’innovazione organizzativa (l’agricoltura periurbana è innovazione organizzativa). In conclusione: cibo, energia e ambiente sono 3 obiettivi che devono camminare insieme. Però c’è una graduatoria: al primo posto, il cibo.
La redazione
L’Italia e l’Europa non hanno problemi alimentari. Noi siamo grandi esportatori di alimentare nel mondo, l’UE (a 27 Paesi) più degli Stati Uniti. Ma dobbiamo aiutare anche l’Africa e il sud-est asiatico; quindi bisogna produrre di più. L’agricoltura nei prossimi anni avrà un ruolo importantissimo.
