LA PIZZA

È un cibo universale, così famoso nel mondo da scalare le classifiche dei primi posti nei gusti di tutti i consumatori globali. C’è addirittura chi dichiara che la mangerebbe tutti i giorni. La storia della pizza, seppur legata alla tradizione culinaria italiana, e napoletana in particolare, è lunga e incerta sulle effettive origini. Già gli antichi Egizi, i Greci e i Romani preparavano delle focacce schiacciate molto simili alla pizza. Le prime tracce compaiono in documenti notarili risalenti al 997 nei pressi di Gaeta, in cui la pizza veniva menzionata quale pagamento per l’affitto di un mulino sul fiume Garigliano.

 

 

 

 

Gli Egizi scoprirono tra l’altro il lievito, grazie al quale gli impasti di cereali diventavano, dopo la cottura, morbidi, leggeri e più digeribili. Si deve attendere però la fine dell’800 per la pizza così come la conosciamo ai nostri giorni, grazie a Raffaele Esposito, cuoco napoletano che, per onorare la Regina Margherita di Savoia, creò la prima Margherita tricolore con pomodoro, mozzarella e basilico.

 

Da allora la pizza è divenuta patrimonio culturale e tradizionale di Napoli, tant’è che dal 2010 quella napoletana è stata ufficialmente riconosciuta dall’Unione Europea quale Specialità tradizionale garantita (STG) e dal 2017 è divenuta patrimonio dell’UNESCO e inserita nella lista dei beni culturali immateriali dell’umanità. Il tweet del 7 dicembre del 2017 dell’UNESCO recita: “The art of Neapolitan ‘Pizzaiuolo’ just inscribed on the Representative List of the Intangible Cultural Heritage of Humanity. Congratulations, #Italy!” Che soddisfazione! Ciò ha comportato una moltiplicazione delle richieste, da ogni parte del mondo, di veri pizzaioli di scuola napoletana.

 

Ancor prima di spaghetti, cappuccino ed espresso, “pizza” è la parola italiana più conosciuta al mondo, con un mercato di ingente rilevanza sul piano economico; e quanto sia un alimento apprezzato lo abbiamo visto in questo periodo di emergenza per il Covid-19 con farina e lievito che l’hanno fatta da padroni nei supermercati di tutta Italia.

 

Neppure in questo caso però mancano contraffazioni, alterazioni, imitazioni, soprattutto fuori dai confini nazionali, anche se è bene sapere che perfino in Italia circa la metà delle pizze viene preparata senza il rispetto del disciplinare di produzione, ovvero con ingredienti d’importazione come ad esempio farine canadesi e ucraine, pomodori cinesi, cagliate dell’est-Europa in luogo della mozzarella, olio d’oliva tunisino o spagnolo.

 

Meglio una bella pizza fatta in casa? Si, ma occhio alle etichette!

 

Daniela Mainini

info@anticontraffazione.org

www.centrostudigrandemilano.org