IL TARTUFO

La magia dei ciliegi in fiore, l’arcobaleno dei campi di lenticchie d’estate, l’emozionante contrasto dei papaveri nei campi di grano… Davvero non si contano i modi in cui la natura ci rende partecipe della sua stupefacente bellezza.  Abbagliati da tanta armonia, una domanda sorge spontanea: ma cosa può averla condotta a inventare un obbrobrio come il tartufo? Un colpo di sonno? Perché, parliamoci chiaro, bello il tartufo non è: al massimo arriva ad assomigliare a una patata malriuscita…

 

 

 

 

E di non aver fatto proprio un capolavoro di bellezza deve essersene accorta anche la natura stessa, se ha deciso di nascondere sottoterra questa sua creazione malriuscita.

Eppure il tartufo ci invia oggi un messaggio di speranza che, in una società che premia più l’apparire dell’essere, è davvero il caso di raccogliere: mai arrendersi!

 

Lontano dall’aria e dal sole che danno nutrimento e vita all’ambiente dei boschi, il tartufo avrebbe avuto tutto il diritto di deprimersi… Invece ha preso in mano con forza il suo destino, deciso a ribaltarlo: “sono un fungo sì o no?!” – deve aver pensato – “E allora da vero fungo mi voglio comportare”.

 

Sì, perché il tartufo è proprio un fungo. Solo che, a differenza dei primi, chiamati “epigei” perché si mettono in mostra sporgendo dal terreno, il tartufo è un fungo “ipogeo” che sviluppa tutto il suo ciclo vitale al buio, sottoterra. Una condizione tutt’altro che facile… Per i funghi “normali”, infatti, è automatico liberare le loro spore e riprodursi senza preoccupazioni: le lasciano cadere sul terreno e poi ci pensano gli animali e gli insetti, oppure il vento e la pioggia, a trasportarle e disseminarle.

 

Ma come può il povero tartufo, compresso sottoterra, liberare le sue spore? Ed ecco che la pulsione vitale della ribellione partorisce il colpo di genio: sono brutto? Non basta, voglio anche puzzare!

 

Quando è maturo (e solo in quel momento) il tartufo emette un odore inconfondibile e intensissimo, che raggiunge la superficie e colpisce l’olfatto di cani e porci che lo sentono come un richiamo irresistibile. Diavolo d’un tartufo: stimola le aree cerebrali dell’eccitazione sessuale, e chissà cosa si aspettano di trovare maiali e cani quando li vedi scavare furiosamente… ma l’uomo, dopo averli fatti faticare, non esita ad appropriarsi della preziosa “trifola”.

 

Ed ecco allora che la rivincita del tartufo trova la sua massima realizzazione: da vergogna della natura a Re indiscusso sulla tavola del più evoluto tra i viventi.

 

Aveva davvero ragione il gastronomo francese Brillat-Savarin a definirlo “Il diamante della cucina”…

 

Giorgio Donegani

 www.giorgiodonegani.com