DIGIUNO INTERMITTENTE

Segreto della longevità o pratica inutile?

Sempre più spesso si sente parlare di digiuno intermittente (intermittent fasting), sia come elisir di lunga vita sia per scopi dimagranti. Si tratta di uno schema alimentare che prevede di alternare fasi di digiuno più o meno lunghe a fasi di alimentazione relativamente brevi. Le combinazioni possono essere diverse; secondo il protocollo più noto: 16 ore di digiuno e 8 in cui vengono concentrati i pasti, poi 23 ore di digiuno e un solo pasto al giorno, fino ad arrivare a diversi giorni di digiuno ininterrotto.

 

 

Quest’approccio alimentare si basa, dal punto di vista scientifico, sugli studi del giapponese Yoshinori Ohsumi, vincitore del Premio Nobel per la Medicina 2016. Documentò un meccanismo fisiologico cellulare che si attiva dopo un certo numero di ore di digiuno: l’autofagia, cioè il processo con cui l’organismo digerisce tutto ciò di cui non ha bisogno e lo riutilizza, convertendolo in amminoacidi, acidi grassi, zuccheri e altre molecole necessarie alle sue esigenze. I lisosomi, gli apparati deputati a tale digestione, sono particolari vescicole contenenti enzimi digestivi che “lisano”, cioè disgregano proteine, vari componenti cellulari, batteri, virus, ecc.

Questo sistema consente quindi alla cellula di recuperare energia e “parti di ricambio” a partire da elementi di scarto o potenzialmente dannosi e grazie al fatto che tale meccanismo è tanto più attivo quanto più la cellula è “affamata”; e proprio da ciò sembrerebbero derivare i numerosi effetti positivi del digiuno sulla salute dell’intero organismo.

In realtà, il processo di autofagia è sempre attivo, ma per avere gli effetti desiderati – cioè per mettere in moto le difese immunitarie alla ricerca di elementi poco funzionanti o pericolosi da digerire –, l’organismo si deve trovare in un importate stato di carenza di nutrienti. Se è ben alimentato, infatti, non è stimolato a intercettare elementi di scarto, e questa è una condizione che al giorno d’oggi è la regola: mangiamo troppo.

Quindi, la giornata di digiuno risulterà ben poco efficace nell’innescare i meccanismi chiave della longevità descritti da Ohsumi. Non scordiamo che negli esperimenti in laboratorio le cavie mangiano unicamente la quantità esatta per la loro sopravvivenza, e solo in queste condizioni viene applicato il digiuno; pertanto, se da un lato una giornata di digiuno può sicuramente risultare efficace su un soggetto che nel quotidiano si sta alimentando in maniera ottimale, sarà altrettanto possibile affermare che il digiuno intermittente praticato con alle spalle settimane di “bagordi alimentari” risulterà del tutto inutile.

 

Consigli pratici

Chi può davvero cimentarsi nel digiuno intermittente traendone i massimi benefici senza incorrere in effetti collaterali? Certamente non è un protocollo per tutti. Occorre in primo luogo essere sani; vi sono infatti patologie che, a seguito di un digiuno prolungato, possono avere conseguenze anche gravi. Un esempio è il diabete mellito di tipo 1, dove con un digiuno prolungato si rischia la chetoacidosi, ossia l’acidificazione del pH nell’organismo.

Anche in soggetti sani, il digiuno intermittente che spesso viene utilizzato con finalità dimagranti può, per ragioni metaboliche, risultare poco produttivo.

Durante il digiuno, l’organismo esaurisce infatti le riserve di zucchero e, quindi, dev’essere in grado di usare i grassi come unico combustibile. Questo processo avviene in specifici organelli, chiamati mitocondri, che si sviluppano come numero e dimensione a seguito di attività sportiva; prima di iniziare a digiunare, iniziate perciò ad allenarvi.

Proprio la “carenza mitocondriale” è la ragione per cui alcuni soggetti sedentari non riescono a perdere peso; queste persone, quando mangiano tanto, ingrassano e, quando mangiano poco, non essendo “bravi” a consumare grassi poiché hanno un inefficiente sistema mitocondriale, si mangiano i muscoli.

Digiunare è uno stress per l’organismo: è infatti proprio lo stress che attiva il meccanismo dell’autofagia; quindi va fatto nella giusta misura. Il consiglio è, in primo luogo, di sistemare l’alimentazione nei giorni di non digiuno e di introdurre 1 o al massimo 2 giorni alla settimana di digiuno lontani tra loro almeno 48 ore e organizzati in 16 ore senza mangiare e 8 ore di alimentazione suddivise in tre pasti.

Resta inteso, però, che un qualunque protocollo alimentare, comprensivo o meno di giorni di “intermittent fasting”, non potrà essere efficace se non viene calcolato in maniera bilanciata nei macronutrienti o se l’introito calorico giornaliero dovesse superare il fabbisogno.

Per intenderci, non vale la regola che, mangiando in sole 8 ore al giorno, si può mangiare di tutto; il rischio, anzi, in questo caso è quello di dilatare lo stomaco e avvertire ancora più fame, nonché di avere pericolosi picchi glicemici, dovuti a un eccesso di zuccheri in un pasto.

In conclusione, il digiuno può avere degli effetti positivi sulla salute, anche nel lungo termine, purché sia fatto con intelligenza e in modo sostenibile per l’organismo, evitando un eccessivo stress fisiologico.

Andrea Fossati e Elisabetta Amoruso

fossatiandrea@centroemmea.it

info@centroemmea.it

www.cemtroemmea.it

 

 

 

 

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