STABULARI E SPERIMENTAZIONE ANIMALE IN VIVO

La ricerca ha compiuto grandi passi in avanti per cercare di eliminare, o per lo meno limitare, l’impiego di animali vivi. Ma avremo in tempi brevi una soluzione definitiva?

La visione della sperimentazione e dell’uso di modelli animali subisce spesso distorsioni dovute al forte legame con il passato e con – spesso – false credenze che pervadono l’opinione pubblica, portando a un inasprimento dei giudizi riguardanti l’uso di modelli sperimentali animali. Che, però, si rivela indispensabile, sia in medicina umana che in medicina veterinaria, in cui l’impiego di soggetti di una data specie spesso ha caratteristiche che soddisfano pienamente quelle di destinazione dello studio.

 

 

Nella sperimentazione animale i soggetti possono essere gestiti direttamente nei branchi (pensiamo a un gruppo di bovine che devono/possono rimanere nelle condizioni di allevamento), inclusi in strutture zootecniche dedicate alla sperimentazione. Oppure, ancora, cresciuti nei cosiddetti stabulari. Lo stabulario non è semplicemente una “segreta” in cui vengono attuate, con velleità sadiche, crudeli procedure su individui inermi. È, al contrario, una struttura altamente controllata, in cui si assicurano procedure che coinvolgono l’uso di abbigliamento e di DPI (dispositivi di protezione individuale) per la tutela sanitaria di animali e operatori, oltre a uno stretto controllo ambientale, per assicurare che la sperimentazione avvenga in condizioni costanti, e al mantenimento del benessere animale, assicurando la presenza di arricchimenti adeguati, che possano ridurre le condizioni di stress. Inoltre, la gestione degli stabulari è pertinenza di personale qualificato (veterinari, tecnici di laboratorio, altre figure addestrate allo scopo). Ciò perché la sperimentazione condotta senza condizioni altamente controllate darebbe risultati poco, o per nulla, attendibili su svariati fronti, inficiando teorie e conclusioni.

Ma perché la sperimentazione in vivo continua ad essere applicata? Nonostante gli sforzi, numerosi protocolli esigono l’uso di soggetti vivi, dal momento che sono esseri complessi, con interazioni strette tra organi, sistemi e apparati, e con una intima connessione con l’ambiente circostante. I metodi alternativi difficilmente possono raggiungere la smisurata complessità di un essere vivente completo, ma possono fornire preziose informazioni limitate che – insieme a risultati ottenuti con tecniche differenti, comprese quelle in vivo – possono condurre a importanti conclusioni per la risoluzione di complessi rompicapi biologici. Inoltre, la sperimentazione su soggetti vivi può essere basilare per le procedure precliniche, soprattutto in medicina veterinaria. Ma, allora, è tutto in balìa degli sperimentatori? No, con il tempo si sono sviluppati enti in grado di controllare l’uso di animali vivi dal punto di vista etico e pratico, così come si sono evolute tecniche alternative alla sperimentazione animale. Ad esempio, nella UE è necessario rispettare le cosiddette “tre R”, cioè “Replace, Reduce, Refine” (sostituire, ridurre, migliorare): in pratica, si mira a sostituire la sperimentazione in vivo con metodi alternativi se scientificamente possibile, a ridurre il numero di animali, nel rispetto delle esigenze statistiche, e a migliorare le condizioni sperimentali, per limitare inutili sofferenze ai soggetti coinvolti.

In Italia è attiva, nelle università e in altri enti l’Organizzazione Preposta al Benessere Animale (OPBA), che si occupa di valutare attentamente il rispetto delle tre R, interagendo strettamente con gli enti richiedenti.

E per quanto riguarda i metodi alternativi? Anche in questo frangente molti progressi hanno avuto luogo negli ultimi decenni, considerato che la sperimentazione in vivo ha non solo risvolti etici, ma anche economici; si sono quindi sviluppati i cosiddetti metodi in silico, tramite simulazioni al computer – anche grazie all’intelligenza artificiale –, e metodi biologici comprendenti l’uso di organi isolati, spesso reperiti in sede di macellazione, l’impiego di colture cellulari, in due e in tre dimensioni (con la costituzione dei cosiddetti organoidi potenzialmente in grado di essere applicati direttamente in vivo), e l’uso delle cellule immortalizzate (cellule che, a causa di modificazioni genetiche, sono in grado di dividersi indefinitamente in coltura, a differenza delle cellule normali che hanno un numero limitato di divisioni), che possono mimare alcune strutture biologiche complesse quali, ad esempio, la mucosa intestinale.

La sperimentazione animale in vivo è stata quindi ridotta nella sua estensione con l’impiego di numerosi metodi alternativi: l’estrema complessità degli esseri viventi pone limiti oggettivi nell’uso di metodi sostitutivi. In ambito scientifico, i “buoni propositi” sono senz’altro quelli che implicano la gestione di metodi supplettivi aventi lo scopo di integrare la sperimentazione su animali vivi per completare quadri biologici e sanitari estremamente complessi e, ci si augura, risolvibili nel breve termine.

 

Massimo Faustini 

Università degli Studi di Milano

Dipartimento DIVAS

massimo.faustini@unimi.it