LE MORE NUOVE DELLA SICILIA

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Un’idea innovativa per le serre nella provincia di Ragusa. Nelle serre del ragusano si coltivano per lo più pomodori, zucchine, melanzane e peperoni, e i piccoli produttori fanno sempre più fatica a sopravvivere, essendo obbligati dal mercato a vendere i prodotti a prezzi così bassi che spesso non riescono nemmeno a coprire i costi.

 

 

Un’idea innovativa (non un’idea singola ma, in realtà, un insieme di più idee) l’ha avuta Andrea Angilletti. Tornato in Sicilia dopo aver studiato agraria a Bologna, ha deciso di dedicarsi alle colture alternative: i piccoli frutti.

 

In particolare more, ma non solo.

More, lamponi e altri piccoli frutti sono rari in questa regione. I nostri terreni, caratterizzati da tessitura sabbiosa e calcarea, e poveri di sostanza organica, non sono adatti alla coltivazione di queste specie. Per questo ho pensato di puntare sui piccoli frutti, sempre più richiesti e quindi con un mercato interessante.

 

Lo fate all’interno di una serra tecnologicamente avanzata.

I frutti di bosco hanno bisogno, per fare una grande produzione, di assorbire un tot di ore di freddo in inverno; più ore di freddo ricevono – e con freddo intendiamo sotto gli 0 gradi – più si avranno fiori e più saranno i frutti. Se in Sicilia li coltivassimo in piena terra, non starebbero sotto gli 0 gradi per un numero sufficiente di ore. Quello che facciamo, quindi, è acquistare, a dicembre, delle piante frigoconservate – cioè che sono state dalle 100 alle 150 ore in frigo – preparare il sesto di impianto in serra (la disposizione geometrica delle piante, con relative interdistanze, ndr) e farle crescere in fitocelle (sacchetti di polietilene nero, dotati di fori di drenaggio, impiegati nei vivai come contenitori).

 

Quando inizia la fioritura?

A febbraio. Da marzo a luglio le raccogliamo. Ogni pianta ci dà dai 5 ai 7 kg di more. Poi, invece di estirpare le piante e acquistarne di nuove, le potiamo con decespugliatore per risvegliare le gemme dormienti e avere un secondo ricaccio con fioritura. Normalmente, la seconda raccolta si fa da ottobre a dicembre. In questo caso, il raccolto medio di una pianta è di circa un chilo e mezzo. A fine dicembre, dopo due fruttificazioni, le piante sono da estirpare e sostituire.

La coltura delle more richiede un’alta specializzazione. Per la raccolta, ad esempio, serve mano d’opera qualificata: mani non esperte rischierebbero di rovinare questo frutto delicato. La cultivar che ho scelto è una varietà tardiva con caratteristiche adatte alla coltivazione: frutti grossi, mancanza di spine. I frutti sono leggermente meno dolci di quelli selvatici, ma la dolcezza dipende da tantissimi fattori e ogni volta è diversa.

 

Il vantaggio di coltivare in serra?

Parliamo di una serra siciliana, che riceve molto Sole e porta a maturazione le piante precocemente, in una stagione in cui quelle selvatiche o coltivate in campo non sono ovviamente pronte. Per la commercializzazione, ho stretto un accordo con la Coop Sant’Orsola di Pergine Valsugana – realtà trentina con grande know-how sui piccoli frutti – che, grazie alle mie more, può proporre tutto l’anno frutti italiani.

 

L’idea, come dicevamo all’inizio, è complessa, e non si esaurisce nella scelta di una produzione particolare per il contesto. Avviata la coltivazione, Andrea si è dedicato all’innovazione tecnologica. Un po’ per gioco, un po’ per amore della sperimentazione, si è fatto convincere dai fratelli Luca e Alessio Occhipinti, amici programmatori e fondatori della start-up Laultek, a dotare la serra di sistemi di monitoraggio e gestione nuovi.

Ha installato dei piccoli sensori, alimentati da una batteria con un’autonomia di anni, capaci – grazie a un applicativo sempre progettato dai due creativi della start-up ragusana – di programmare a distanza e modificare da remoto le condizioni della serra, utilizzando per altro non la connessione internet e la rete elettrica, ma il sistema LoRaWAN, una rete di telecomunicazione wireless che consente il dialogo di dispositivi elettronici posti a grandi distanze, con un basso consumo energetico.

Il sistema è costituito da due termoigrometri aerei (uno interno e uno esterno), un termoigrometro del substrato, una mini-stazione meteo esterna e gli attuatori che governano l’apertura dei portelloni motorizzati, l’accensione delle ventole e della pompa del pozzo. Insomma, tutto il necessario per predisporre i requisiti climatici della serra e programmare o attivare una serie di azioni al verificarsi di determinate condizioni.

I sensori e gli attuatori sono altamente innovativi e assemblati in house. Funzionano fino a 10 chilometri di distanza ma, con l’installazione di altri gateway (punti d’accesso, ndr), questa può essere aumentata. Sono progettati per rispondere a diverse esigenze: alert per le malattie fungine, antigelo, antibrina, fertirrigazione e non solo: grazie all’applicazione del machine learning, il software che li comanda è sempre in grado di suggerire o eseguire modifiche ai parametri e alle soglie di attuazione, nonché – sulla base dei dati storici acquisiti – di fare previsioni.

Marta Pietroboni

marta.pietroboni@cibiexpo.it

 

 

 

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