L’EVOLUZIONE DELL’AGRICOLTURA

Ce ne parla Francesca Ossola, che ha da sempre il pallino di farla conoscere a chi vive in città.

Francesca, dopo la laurea in agraria, ha cominciato subito a lavorare per l’ERSAF (Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste), e lì è rimasta fino alla pensione, 2 anni fa.  Si è occupata di tante cose diverse, a seconda delle esigenze dell’Ente. Ma la sua specialità è sempre stata la produzione, in particolare dei prodotti tipici, e il legame con il territorio.

 

 

In concreto, come hai alimentato questo interesse?

Insieme a una collega ho avviato un’indagine per cercare i prodotti tipici lombardi. Dopo aver raccolto un sacco di materiale, abbiamo scritto il primo Atlante dei prodotti tipici – Terra di Lombardia, pubblicato nel 1998. Per quegli anni, una novità.

 

Cosa caratterizza i prodotti tipici?

Il legame storico con il territorio e alcune caratteristiche: per esempio, il particolare tipo di trasformazione della materia prima o di alimentazione del bestiame, che si mantengono nel tempo anche se i prodotti evolvono. La pubblicità non la racconta giusta, i cambiamenti ci sono; pensiamo per esempio a come si aggiornano le tecnologie.

 

Da dove viene l’esigenza del cambiamento?

Nasce sostanzialmente da 2 fattori: i bisogni e i gusti dei consumatori e lo sviluppo della tecnologia. Tutto si è accelerato dagli anni ’50 anni in avanti, quando anche in agricoltura c’è stata la rivoluzione industriale, che ha consentito di migliorare la qualità, la standardizzazione, la stabilità dei prodotti. Si è prestata più attenzione all’igiene, alla corretta conservazione. Basti pensare alla catena del freddo, che ha cambiato tanto nell’alimentazione. Il vino, dopo lo scandalo del metanolo di 36 anni fa, una disgrazia che ha causato anche dei morti, ha fatto un salto di qualità.

 

Quanti sono i prodotti tipici?

Nel 2005 il Ministero delle politiche agricole ha messo insieme le diverse raccolte regionali in un Elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali. DOP e IGP sono le versioni più nobili e anche più regolamentate, però tantissimi altri, per varie ragioni, non hanno potuto o voluto ottenere queste certificazioni. E così il Ministero ha raccolto quelli che avevano 25 anni di storia dimostrabile e una sorta di disciplinare o, almeno, di descrizione delle tecnologie di produzione… Ed è nato questo Elenco, che viene sempre aggiornato e ospita circa 3 mila prodotti. L’Italia ha una biodiversità alimentare incredibile.

 

Come nasce il tuo rapporto con la Casa dell’Agricoltura?

Con i soci fondatori avevo condiviso tanta parte della mia vita professionale. Quando sono andata in pensione, ho deciso di dedicare tempo a questa associazione per contribuire a valorizzare l’agricoltura come attività fondante, economica, sociale.

 

Mi pare che oggi molti ragazzi siano attratti dal mestiere dell’agricoltore. Ma è una scelta che si può improvvisare?

No, bisogna studiare tanto, soprattutto se si vuole fare un’agricoltura realmente sostenibile. Partire da zero è veramente complicato. Oggi, anche l’eventuale appartenenza a una famiglia agricola non basta più. Il ricambio generazionale non è sufficiente. Bisogna studiare.

 

Su CiBi ne abbiamo già parlato, ma dimmi cosa pensi tu del corso per Formatore Agricolo Ambientale (FAA) che avete avviato.

È nato da una riflessione su questa agricoltura che cambia e sulla necessità di avere delle figure che, al di là della laurea in agraria, avessero più strumenti per perseguire l’obiettivo della sostenibilità, per essere informati sulle tecniche e le politiche più nuove. La Fondazione Cariplo ha deciso di finanziarlo. Devo dire che è stato molto impegnativo. Come docenti abbiamo coinvolto agronomi, veterinari, contoterzisti… che potessero raccontare un’esperienza innovativa. Sabato prossimo andiamo in Val d’Ossola: uno dei nostri studenti ha un vivaio, l’unica grande coltivazione di tè in Italia.

 

La guerra in Ucraina avrà dei riflessi sulle nostre importazioni?

Sicuramente sui prezzi.  Sta già succedendo. Per aumentare la produzione, potremmo pensare di recuperare le terre abbandonate o quelle a riposo vegetativo. È essenziale però fare molta più attenzione agli sprechi. Circa un terzo del cibo viene buttato via. Anche in agricoltura si sperpera. Il nostro Corso ha cercato di far capire che ci sono degli strumenti per ottimizzare l’uso di tutti i mezzi tecnici, fertilizzanti, fitofarmaci. L’obiettivo è usarne meno. I reflui zootecnici (l’insieme dei rifiuti prodotti da un allevamento di animali domestici, ndr) sono stati snobbati, ma adesso con quello che costa l’urea si ritornerà a valorizzare il letame.

 

I ragazzi che si sono iscritti al Corso ti sembrano soddisfatti?

Molto. Li ha entusiasmati un modulo sull’agricoltura di precisione, droni, sensori… Stimolante anche il modulo sull’agroecologia: è una bellissima intuizione – attuale anche se non nuova –, che ha come filosofia produrre di più con meno sfruttando l’energia del suolo, la capacità d’accrescimento delle piante, le sinergie dei sistemi ecologici… Ma per riuscire ad adottarla bisogna studiare tantissimo.

Paola Chessa Pietroboni

direzione@cibiexpo.it

 

 

 

 

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