A CENA DA CATERINA DE MEDICI

Caterina De Medici

Regina consorte di Francia nel XVI secolo, nata a Firenze, vedova a 40 anni, da allora sempre vestita di nero in segno di lutto, è stata una delle donne più potenti del suo tempo. “Zio, ma doveva proprio venire anche lui?” Bisbigliò il nipote riferendosi al tizio eccessivamente entusiasta che li stava accompagnando nel loro viaggio nel tempo.

 

 

“Assolutamente; non sai quanto ha voluto giocarsi in questa scommessa”, tossì lo zio. “…Ed eccoci qua! Nella Francia di re Enrico II, al castello di Chenonceau, la residenza preferita di Caterina de’ Medici, alla quale si deve l’ampliamento degli splendidi giardini. Dopo di te, amico mio!”

“Vedrai che avevo ragione! He, he, ma che vuoi saperne tu! Tutta la cucina francese dal Milleseicento in poi è nata da quella fiorentina che Caterina ha portato qui…”

 

“Ah-ha…”

“…con il suo seguito di pasticcieri e cuochi da Firenze, dalla Toscana e persino dalla Sicilia…”

“Indubbiamente…”

“Che furono talmente d’ispirazione ai cuochi da rivoluzionare la cucina francese…”

“Come no…”

“…che è merito dei cuochi italiani di Caterina, che importò l’uso delle salse, l’olio d’oliva, verdure e legumi come spinaci, fagioli e piselli, oltre alla tecnica di cucinare i volatili all’arancio! E poi le crespelle, la pasta e persino il gelato e i sorbetti alla frutta. E non dimentichiamoci le forchette!”

“Come dimenticarle…”

“Per non parlare di tutte le ricette italiane che nel nostro Paese sono via via cadute in disuso per rifiorire e sopravvivere all’oblio della storia proprio qui in Francia!”

“Già, non parliamone…”

Il loro compagno di viaggio non tacque un secondo, elencando tutti i cibi e le pratiche importate in Francia da Caterina, né quando furono ricevuti al castello né per tutto il tempo che dovettero aspettare prima del pasto.

“…E non dimentichiamo che Caterina portò qui persino le mutande! Un indumento indispensabile quando non si vuole cavalcare all’amazzone, come immaginerete!”

“Preferiamo non immaginare.”

Finché un paggio non si presentò profondendosi in pompose scuse.

“Purtroppo, Sua Maestà la Regina, a causa di un contrattempo, non avrà la possibilità di onorarvi della sua presenza durante il pasto, ma vi invita ad approfittare ugualmente della sua tavola”.

“Beh, è un bel dispiacere, non c’è che dire”, commentò l’accompagnatore, “…ma vedrai che piatti! Preparati all’italiana e servita sulla miglior tavola francese!”

Lo zio alzò gli occhi al cielo; al che il nipote gli lanciò uno sguardo interrogativo che ricevette come risposta un’espressione alla ‘adesso vedrai’.

Raggiunta la sala da pranzo, dopo aver visto il banchetto imbandito, l’euforia del loro compagno si dissolse all’istante: sulla tavola spiccavano piatti e pietanze coloratissimi, gialli, rossi, verdi e viola, adornati con fiori e foglie dorate o argentate. Conigli, lepri, faraone, e persino un cinghiale, abbondantemente speziati con cannella, cubebe, pepe lungo e pepe nero, chiodi di garofano e noce moscata, nonché generosamente insaporiti da piante dei giardini delle cucine, come il tanaceto, la ruta, la menta poleggio e l’issopo. Pesci d’acqua dolce come carpe, tinche, abramidi e anguille…

“…Ma quello è…?”, chiese l’accompagnatore, atterrito.

“Credo sia un delfino, amico mio. Un altro piatto tipico fiorentino, non ti pare? Insieme alle balene, in questo periodo storico sono considerati ancora pesci, e continueranno a esserlo per un bel po’. Hai mai letto Moby Dick? Melville ci perde un capitolo sulla questione!”, disse ridacchiando lo zio, addentando la coscia di un’anatra che dell’arancia non aveva mai sentito nemmeno parlare.

“Ma io non capisco…”

Il nipote sapeva che era arrivato il momento, per suo zio, di gongolare.

“…È normale, ‘amico mio’…”, attaccò lo zio, “il mito culinario di Caterina de’ Medici è stato per lo più costruito anni dopo la sua morte. Prima del XVIII secolo nessuna fonte fa alcuna menzione di tutto ciò. E, infatti, qui è ancora quasi tutto piuttosto… ‘medievale’, come puoi notare dai colori sgargianti dei piatti: il giallo è ottenuto con lo zafferano, il rosso con il girasole, il verde di solito con gli spinaci e il viola dall’eliotropo e con il tornasole comune, che tra l’altro veniva usato anche per produrre colore per i manoscritti miniati. E se proprio vuoi saperlo, in tutto questo castello”, disse indicando l’edificio con un osso d’anatra in mano a mo’ di bacchetta, “…non troverai che un cuoco originario del Mugello e un gelataio di Urbino. Per cui forse potresti salvarti sul dessert…”

Lo zio finì di trangugiare un’ala di cigno per poi aggiungere “…Non c’è alcun bisogno di scomodare un qualche regnante o personaggio storico in particolare, e tutta questa battaglia per la supremazia culinaria tra Italia e Francia deve finire: non è stata Caterina de’ Medici a rivoluzionare la cucina francese, ma il clima di scambio di idee e libri, anche gastronomici, che, soprattutto dopo il ’600, offrendo spunti, idee e dando la possibilità di creazioni nuove e originali, contribuì a rinnovare la cucina di ogni corte d’Europa! E ora goditi il pasto, che la cucina medievale francese non è affatto male. Anche se eviterei il delfino…”

Riccardo Vedovato
riccardo.vedovato1994@gmail.com

 

 

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