UN DESTINO INGRATO

Visto che l’omosessualità non è una scelta né una malattia, ma semplicemente una variante naturale della sessualità, non dovrebbero esserci dubbi sulle intenzioni dissacranti del racconto del nostro grande esperto di nutrizione Giorgio Donegani. Non si tratta certo di una condivisione di antiquati pregiudizi, ma al contrario l’autore spera sia chiaro che si tratta solo di una divertente, paradossale esposizione di ingiusti tabù, purtroppo ancora molto diffusi.

 

 

 

 

Entrare dal verduraio, ordinare mezzo chilo di paracchi e vedersi insacchettare due magnifici esemplari di quelli che oggi, ingiustamente, chiamiamo “finocchi”…

 

Sì, in un’epoca di OGM, dove scienziati e bioingegneri volgono le loro energie all’invenzione di nuovi e stupefacenti ortaggi, sarebbe il caso che qualche esimio linguista si sforzasse di inventare un nuovo nome per il più dannato tra gli ortaggi già esistenti: il finocchio. Gli ambientalisti, che tanto e giustamente tengono al benessere animale, hanno mai pensato a cosa voglia dire per un ortaggio nascere finocchio? Le prese in giro dei compagni d’orto, l’imbarazzo del cartellino che sbandiera la sua natura sulla cassetta del fruttivendolo, l’emarginazione gastronomica che spinge il finocchio ad accettare l’innaturale promiscuità con le arance nell’insalata…

 

Non è giusto: usata come appellativo sprezzante tra noi umani, la parola “finocchio” è diventata tanto popolare in questa accezione, da condizionare pesantemente l’esistenza dell’incolpevole ortaggio. L’arte ci parla di nobili “pittori d’uva”, ma non fa cenno di “pittori di finocchi”. Mele e arance sono simboli mitologici, perché i finocchi no? La letteratura dedica pagine commoventi a ogni genere di cibo, ma del finocchio si trova traccia sono in alcune parodie goliardiche del “Pinocchio” di Collodi. E chissà se Arnaldo Pomodoro avrebbe avuto lo stesso successo se si fosse chiamato in modo diverso… È esagerato? No: persino la melanzana ha le sue sagre, ma basta digitare su Google “sagra del finocchio” per rendersi conto dell’amara realtà: centinaia di pagine dedicate al gaypride, nemmeno una al vero finocchio. E allora, proviamo noi a ristabilire giustizia.

Partiamo dal suo nome latino: “Foeniculum vulgare”… Anzi, no, non è una buona idea: quel “culum” nel primo nome già rimanda ad associazioni poco nobili, per non parlare del “vulgare” che gli hanno appioppato come cognome, a sottolineare un destino che i botanici sembravano già presagire. In effetti “feniculo” suona male, ci sarebbe di che offrire agli omofobi più convinti lo spunto per un nuovo appellativo vergognoso. “Fenicolo” andrebbe meglio, ma… esiste già: è il nome di una sostanza chimica, tra l’altro velenosa. E allora perché non riconsiderare l’originario “paracchio”? Fantasioso, simpatico, amichevole… Affare fatto!

 

Giorgio Donegani

www.giorgiodonegani.it