Giovane partigiana negli anni Quaranta, ancora oggi, centenaria, è testimone, lucidissima e coinvolgente, di quel periodo drammatico. In famiglia – papà, mamma, fratello maggiore e lei, ultima nata – il clima era sereno, nonostante la situazione politica fosse minacciosa e se ne avvertissero chiaramente le crescenti problematicità. Tra le figure che hanno avuto influenza nella formazione di Sandra, è importante ricordare anche il nonno paterno, antifascista e fervente repubblicano.

Sei cresciuta in un clima fortemente connotato.
Sì, certo. Mio padre non si è mai iscritto al partito fascista. Questo ovviamente gli ha provocato disagi. Socio di una piccola società cartotecnica, si è visto requisire prima l’auto e poi, quando abbiamo cominciato a viaggiare in treno, l’abbonamento ferroviario. Insomma, delle difficoltà ci sono state, ma ha potuto continuare a lavorare. Ricordo che, quando ascoltava alla radio i discorsi del duce, scuoteva la testa. Io ero molto piccola ma gli chiedevo: perché fai così? E lui mi spiegava che il capo di una dittatura toglie agli uomini il bene più prezioso: la libertà.
Quando è cominciato un tuo impegno diretto?
L’8 settembre. Eravamo sfollati a Pian Nava, sopra Verbania, nella casa di villeggiatura, un posto più sicuro di Milano. Lì abbiamo cominciato a vedere ragazzi in uniforme che scappavano, rifugiandosi nei boschi. Io e mio padre cercavamo di aiutarli in qualche modo, per esempio dando loro dei vestiti civili perché potessero liberarsi dalle divise. Si stavano formando le prime bande partigiane. Quei ragazzi, quasi tutti disertori per il regime fascista, cercavano di scacciare i tedeschi, che nel frattempo erano diventati invasori. Per me è stato naturale collaborare. Sono andata al comando di Premeno, e lì è cominciato tutto.
Quanti anni avevi?
18 durante la guerra si cresce in fretta. Per la maggior parte i partigiani erano molto giovani e si sono poi aggiunti tanti ragazzini di 16-17 anni che volevano dare il loro contributo.
Quando sei andata al comando cosa è successo?
Prima un interrogatorio di terzo grado, poi mi hanno chiesto che cosa fossi disposta a fare. Ho detto: tutto. Anche a collaborare con il medico, pur essendo assolutamente inesperta. Il primo incarico è stato quello di procurare grossi quantitativi di disinfettanti e allora mi è venuto in mente di contattare il direttore di una casa farmaceutica di Milano. Le confezioni ospedaliere arrivavano gratuitamente. Poi mi hanno chiesto di procurare delle bende. Ci siamo ingegnati e abbiamo accorciato tutte le lenzuola di casa. In seguito, hanno cominciato ad affidarmi compiti da staffetta vera e propria. Mi davano delle buste da consegnare, di cui, per la mia sicurezza, ignoravo il contenuto.
Mai avuto incidenti?
Sì, più di uno. Una volta mi avevano affidato una di queste buste quando un gruppo di fascisti mi ferma e mi ordina di aprire la borsetta. Ho sfilato la busta, l’ho tenuta in alto, in vista, mentre questi frugavano. Poi hanno detto: va bene, puoi rimettere tutto a posto. Un’altra volta, a un posto di blocco della Legione autonoma mobile Ettore Muti – un corpo militare della Repubblica Sociale Italiana con compiti di polizia politica e militare – fermano me e l’amica che mi accompagnava. E io sapevo che entrare nella loro caserma non era una bella cosa, soprattutto per una ragazza. In quel momento si avvicina un ufficiale della Decima Mas, un’unità speciale della Regia Marina italiana, e chiede cosa sta succedendo. Gli dicono che devono portarci dal comandante ma lui si oppone e dichiara di volerci prendere in consegna personalmente. Grande lite: le ho viste per primo, però io sono ufficiale… e ci porta via. Strada facendo chiedo: perché l’hai fatto? Aveva due sorelle, più o meno della nostra età, gli sono venute in mente e ha pensato bene di toglierci dalle loro mani.
Insomma, hai vissuto anni d’impegno rischioso e coraggioso, ma ancora adesso continui a dare il tuo contributo alla conoscenza della storia.
Vado nelle scuole, dalle elementari fino ai licei, è una cosa che mi dà una grande gioia. Noto, sia nei bambini piccoli sia nei ragazzi più grandi, un vivo interesse. Alle elementari non posso naturalmente raccontare le stesse cose che dico alle superiori, però sono tutti molto attenti.
Finiamo con una nota sentimentale. Come hai conosciuto il tuo futuro marito?
Io sentivo parlare del Mosca, uno dei tre comandanti della Brigata Cesare Battisti, ma non l’avevo mai visto. Una mattina, guardo fuori casa e mi accorgo che c’è un uomo con la divisa delle SS appoggiato al cancello. Allora corro a svegliare i genitori. In quel momento due partigiani si avvicinano e capiamo che quello è il Mosca, famoso per i suoi travestimenti. La domenica, andando a messa, ho notato mio padre che gli parlava. Allora mi avvicino anch’io. In quel momento ho visto questi occhi neri, questo sorriso… è stato proprio un colpo di fulmine. Poi è stato fatto prigioniero, per cui dal 2 di settembre del ’44 non ne ho più saputo nulla fino al mese di luglio del ’45, quando è tornato. A una festa da ballo è cominciata la nostra storia. Che è durata tutta la vita, 65 anni di matrimonio felice.
Paola Chessa Pietroboni
