Ingredienti essenziali del pensiero e strumenti di conoscenza di sé stessi. Poetessa, scrittrice, autrice e conduttrice radiofonica, Maria Grazia Calandrone è una delle voci più autorevoli della letteratura italiana contemporanea. Nelle sue opere ha raccontato spesso la propria storia familiare, dedicando due libri alle figure materne che hanno segnato la sua vita: quella naturale, Lucia, e quella adottiva, Consolazione. Dopo decenni di poesia, negli ultimi anni è approdata anche alla narrativa, senza mai perdere lo sguardo capace di intrecciare memoria, impegno civile e attenzione per le nuove generazioni.

La scrittura è sempre stata al centro della sua vita?
Sì. Ho dedicato tutta la mia vita alla scrittura. Sono figlia di una professoressa di lettere, mia madre adottiva, e in qualche modo tutto è cominciato da lei. Mi dava temi praticamente tutti i giorni. Per farla contenta ero costretta ad avere fantasia, a cercare di essere il meglio possibile nella scrittura. Ho l’impressione che, a distanza di decenni, io stia ancora scrivendo per compiacerla. Poi, naturalmente, quella che era nata come una forma di obbedienza è diventata una vera passione.
Quando ha capito che la scrittura sarebbe stata anche una forma di salvezza?
A un certo punto mia madre, che faceva attività politica e viveva in un ambiente culturalmente molto fertile, decise di mandarmi in collegio. Racconto quell’esperienza nel mio primo libro. Per me fu quasi una carcerazione. Almeno fino a quando ascoltai la lettura del Notturno del poeta greco Alcmane da parte della mia professoressa di lettere. Quell’ascolto fece cortocircuito con tutto quello che avevo ricevuto fino ad allora e la poesia diventò il luogo in cui sentirmi a casa. Non una forma di evasione, perché la poesia non lo è mai, ma uno spazio dove poter costruire, con le parole, il mondo che desideravo abitare.
Da quel momento non ho più smesso di scrivere. La scrittura è nata, e rimasta per me modo per comprendere la realtà.
Negli ultimi anni è passata dalla poesia alla narrativa. Cosa ha sollecitato questo cambiamento?
Dopo il confinamento del Covid, dopo aver scritto poesie per decenni, ho sperimentato la prosa, scoprendo che mi piaceva tantissimo raccontare storie. La poesia naturalmente può farlo, ma sentivo il bisogno di un rapporto più diretto con i lettori. Forse anche per questo ho dedicato due libri alla storia delle mie madri.
La cosa che preferisco durante le presentazioni è ascoltare le vicende che mi vengono rivelate. È una condizione magnifica, perché attraverso la letteratura si saltano tutti i convenevoli e si arriva subito al nocciolo della questione: raccontarsi davvero. A me interessa questo. Non amo la superficialità, mi interessa andare in profondità.
Da anni incontra studenti nelle scuole. Che cosa trova nei ragazzi di oggi?
Evito, quando posso, le università. Lì gli studenti sono già molto preoccupati di fare bella figura. Preferisco le scuole elementari, le medie e i licei.
Con i liceali ho avuto incontri bellissimi, soprattutto parlando dell’ultimo libro dedicato a Nuova Ostia e alla criminalità degli anni Settanta. I ragazzi non conoscono quella stagione della nostra storia e confrontarsi con loro è stato straordinario.
La letteratura mostra che esistono modi diversi di stare al mondo, che non tutto è competizione e prestazione. Questo vale soprattutto per i più piccoli, che stanno ancora formando il proprio sguardo sulla realtà.
Quale è il rapporto attuale dei giovani con la lingua e la letteratura?
Le parole sono pensiero. Se parli bene è perché pensi bene, e vale anche il contrario. Le parole scelte, per stabilire anche un nesso con CiBi, hanno ruolo salvifico come può avere il nutrimento di qualità rispetto al cibo spazzatura.
Oggi esiste una lingua della comunicazione, fatta spesso di slogan e velocità, alimentata dai social, che non è approfondita, e non basta.
Parlare e pensare bene significa conoscere i propri desideri, riuscire a dare un nome a ciò che si prova, sviluppare senso critico e imparare a cercare le fonti, appunto come mangiare bene significa conoscere e scegliere con consapevolezza gli ingredienti. E la lettura è lo strumento per eccellenza che rende possibile tutto questo. Molti ragazzi, per la mia esperienza, si limitano ai riassunti dei libri invece di leggerli davvero. Può essere una scorciatoia utile per superare un’interrogazione, ma li priva dell’aspetto più prezioso della lettura: entrare in relazione profonda con il pensiero e l’esperienza di un’altra persona.
Quando invito i ragazzi a leggere Leopardi, dico sempre che non parla di un altro mondo: parla della loro vita. La letteratura ci aiuta a capire che ciò che stiamo vivendo non è solo nostro, che qualcuno ha già provato quelle stesse emozioni prima di noi. Per questo ci fa sentire meno soli. È un’esperienza di conoscenza, ma anche di compagnia.
Le parole possono avere un valore educativo?
Assolutamente sì. Scegliere la parola giusta significa imparare a conoscere sé stessi. La lettura lascia uno spazio enorme all’immaginazione: il lettore deve costruire le scene, partecipare, dare forma ai personaggi. È uno strumento potentissimo di conoscenza di sé e del mondo.
Marta Pietroboni
