LECINARO

Vitigno autoctono a bacca rossa, ancora una volta raro; anzi, questa volta occorre dire rarissimo. Parliamo del Lecinaro, un antico vitigno del Lazio, salvato da un progetto di ricerca dell’Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura (ARSIAL) che ha portato all’iscrizione al Registro Nazionale della Varietà di Vite nel 2010 assieme ad altri vitigni molto rari come Capolongo, Maturano, Pampanaro, Rosciola.

 

 

Le informazioni reperibili sul Lecinaro sono davvero poche; uno dei rari documenti di cui si ha conoscenza risale al 1882 ed è il Censimento delle Risorse Agricole che lo riporta tra le varietà del Lazio. Attualmente si trova soprattutto nel territorio di Frosinone e, in particolare, nel comune di Arce.

Proprio ad Arce si trova la cantina Palazzo Tronconi di Marco Marrocco. Marco nasce ingegnere meccanico e lavora per molti anni nell’azienda di famiglia che si occupa di ascensori. Ma c’è un fatto fondamentale nella sua vita: ogni volta che giocava la Roma, suo papà lo portava ad Arce, dai nonni. Questo contribuisce enormemente a creare un legame importante tra Marco e Arce.

È così che nel 2007 si compra un appartamento nel centro storico di Arce, nel Palazzo Tronconi. Per questa ragione Palazzo Tronconi è il nome della cantina di Marco, che, partito da zero il 25 febbraio 2011, data di impianto del primo vigneto, oggi conta 40 ettari di terreno tra cui 18 di vigneto, un uliveto, un viscioleto, ai quali aggiungere la sua cantina con osteria.

A questo punto racconta che c’è un detto: «Lo sai come si fa a diventare milionari con questo mestiere? Bisogna essere bilionari». E ride.

 

Dunque, pochissime informazioni sulla storia e le origini del Lecinaro.

A livello storico si sa molto poco, se non quello a cui si fa riferimento nel disciplinare dell’IGP Frusinate, e cioè che le radici sono sicuramente antichissime e affondano probabilmente a Fregellae, importante colonia romana nota per la produzione di uva.

 

È la storia di un altro vitigno che scompare.  

Sì, buio assoluto. Siamo nel comune di Cassino, dove si trova anche la Fiat. Qui la gente abbandonava i campi per andare a lavorare in fabbrica. Non solo; negli anni Settanta i vitigni autoctoni venivano spesso sostituiti dalle varietà internazionali a scapito di quelle locali, più delicate e meno produttive.

 

E poi?

Poi il Lecinaro è rimasto sconosciuto al catasto della viticoltura fino al 2009. Prima della registrazione non poteva nemmeno essere dichiarato nell’etichetta, perché, appunto, non registrato. Ricordo che con lui altri vitigni come il Pampanaro hanno avuto lo stesso destino.

 

Qual è la storia, dalla decisione di avviare un’azienda vitivinicola al Lecinaro all’epoca ancora più sconosciuto di oggi?

All’inizio, devo ammettere che stavo piantando tutte varietà internazionali, ma incontro il professor Gaetano Ciolfi, docente all’Università della Tuscia, all’epoca direttore dell’Istituto Sperimentale per l’Enologia a Velletri, con il quale poi decido anche di studiare, appunto, enologia. Lui è stato il fautore della registrazione di queste varietà. Me le fa provare e io mi innamoro del progetto.

 

Quali sono le caratteristiche più importanti di questo vitigno?

Il nome Lecinaro viene dal dialetto “lecena”, che significa prugna perché ha i chicchi molto grandi. Addirittura, quest’uva poteva essere venduta come uva da tavola. Il vitigno ad Arce è come il maiale: non si butta niente; io ci faccio un rosso, un rosato, un rifermentato e un metodo classico, gestendo bene i diversi tempi e modi di vendemmia.

 

Quindi si tratta anche di un vitigno estremamente versatile.

Si, certo è una pianta che va gestita bene, in base al prodotto che si vuole raccogliere, e questo va deciso già in fase di potatura. Perché ha un grappolo molto grande, circa 250 grammi come peso medio; significa che è fondamentale gestire il carico a seconda del vino che si vuole produrre. Voglio dire: se vuoi fare un vino rosso e lasci troppo l’uva in pianta, ti inizia a marcire prima della vendemmia.

 

Nonostante tutto questo, gli ettari di Lecinaro si contano sulle dita di una mano o poco più…

Io ho 5 ettari e altri due colleghi ne avranno insieme un altro paio. Diciamo che saranno meno di 10 ettari in tutta Italia.

 

Per quanto concerne la vinificazione?

Per quanto mi riguarda, produco vini naturali. Mi piace dire che faccio il vino come mamma l’ha fatto, perché è lì che puoi apprezzare o meno le qualità e le tipicità di un vitigno. Adotto fermentazioni spontanee e dal 2020 l’unica accortezza è il controllo della temperatura. Non rompiamo gli acini, facciamo macerazione carbonica su tutto. Ovviamente senza raspo. Utilizzo questo tipo di vinificazione perché mi permette di tirar fuori più frutto ed avere un vino più pronto.

 

Caratteristiche identitarie nel bicchiere?

Ha sentori fruttati tipici della prugna, ma uno dei motivi per cui l’ho piantato sono i sentori di caffè e cioccolato che sono normalmente di affinamento e invece il Lecinaro li ha di suo.

 

Esiste un abbinamento tipico del territorio?

Qui facciamo maltagliati e fagioli, una minestra molto saporita, oppure lo abbiniamo con spezzatino di bufalo, carne per cui siamo famosi in provincia di Frosinone.

 

Elisa Alciati

elisa.alciati@cibiexpo.it

 

 

 

 

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