IL FRUTTO DELL’AMORE SUPREMO

Chi fa il miele? Le api, naturalmente! E tutti a tessere le lodi di queste infaticabili operaie, esempio di perfezione della natura… Bardate di tutto punto (con tanto di pettine, pinze e sacca per il nettare), non esitano ad allontanarsi anche tre chilometri dall’alveare pur di trovare i fiori migliori. Una volta raggiunti, poi, sono tanto intelligenti da saperne comunicare la presenza alle compagne attraverso la “danza delle api”, un rito complesso e affascinante.

 

 

Illustrazione di Libero Gozzini, uni dei fondatori, nonché docente e consulente, del Mimaster di Milano.

 

 

E ancora, eccole, queste indefesse lavoratrici, a compiere nel loro stesso corpo la magia della trasformazione del nettare in miele e rigurgitare uno dei più golosi elaborati che la natura ci mette a disposizione, così diverso dai nauseabondi rigurgiti degli umani affetti da gastrite. Esseri superiori, insomma, le api!

 

 

Vita (breve) da fuco

 

Ma una domanda a questo punto sorge spontanea: se le api fanno il miele, chi fa le api? E allora ecco la timida comparsa di un animo tanto nobile quanto incompreso e bistrattato: il fuco. Considerato un buono a nulla, un godurioso parassita dell’alveare, unicamente in cerca della propria soddisfazione sessuale, l’ape maschio – il fuco per l’appunto – incarna piuttosto la grandezza dell’ultimo eroe romantico, capace di sacrificare se stesso per amore della propria specie. Vive solo 50 giorni e li trascorre all’insegna della passione pura, cercando disperatamente di conquistare i favori dell’amata regina, pur conscio che congiungersi con lei gli sarà fatale (il fuco muore dopo l’accoppiamento nel quale perde i genitali).

 

E viene in mente Fabrizio De André quando, in uno dei suoi più sentiti brani d’amore, cantava la storia di quell’uomo che, amando oltre ogni limite una donna cinica e cattiva, indifferente al suo sentimento, arrivò a soddisfare con il sorriso l’ultima richiesta di lei: “allor amor se mi vuoi bene, tagliati dei polsi le quattro vene…”. Piace allora, seguitando a descrivere del miele il dono celestiale (per dirla con Virgilio, nelle Georgiche, “Del rugiadoso mel, celeste dono, restami a dir.”) rivolgere prima di tutto un pensiero di gratitudine e ammirazione proprio al fuco, buono d’animo (non ha nemmeno il pungiglione), scevro da ogni sentimento negativo (non è neppure geloso, perché una regina si accoppia con decine di fuchi) e che nasce con un’unica missione: donare la vita, per la propria specie e… per il nostro gusto.

 

Giorgio Donegani

www.giorgiodonegani.it