IL CARCIOFO, UN MISTERO DELLA NATURA

“Nella calatide con ricettacolo carnoso son riuniti i fiori con corolla tubolosa e calice trasformato in pappo setoloso, protetti da brattee embricate, mucronate o spinose…” Difficile, per uno che il carciofo lo mangia e non lo studia, ritrovarsi in questa descrizione scientifica. Eppure il gergo dei botanici affascina i comuni mortali proprio per la sua inaccessibilità. Anche chi, dizionario alla mano, tentasse di forzarne i segreti, si scontrerebbe contro il muro invalicabile della propria ignoranza: mucronate = dotate di mucrone (ovvio!); calatide = infiorescenza a capolino; pappo = insieme di appendici pluricellulari… e così via con analogie di questo tenore.

 

 

 

 

Insomma: esiste un mondo dove anche il carciofo, nel cui portamento eretto noi rozzi vediamo al più un’analogia fallica, assurge invece a oggetto di scienza e miracolo della natura al tempo stesso. Capace persino di suscitare interrogativi ancestrali sulla distinzione tra bello e brutto, bene e male, buono e cattivo.

 

 

Il senso della vita

 

La lotta del fiore che, nel suo sforzo di crescita, tenta di vincere la resistenza delle brattee (le caratteristiche foglie dure e carnose, ndr) che lo costringono, non esprime lo stesso desiderio di libertà dalle costrizioni che è in ognuno di noi? Eppure, proprio nel momento in cui il carciofo fiorisce ed esplode nella sua azzurra bellezza, ecco che non serve più a nulla, non è più buono che per la pattumiera. C’è di che riflettere sul senso della vita.

 

 

 

 

E ancora, non c’è rosa senza spine, recita il detto, ma di carciofi sì: ce ne sono di spinosi e non (quelli con le brattee mucronate, a punta). Cosa vuol significarci la natura con quest’anomalia di specie che va contro le teorie darwiniane dell’evoluzionismo? Se il carciofo ha sviluppato le spine per non farsi mangiare, perché le mammole non le hanno? Possiedono forse un’indole più docile, come suggerisce il nome? Sono votate al sacrificio? No, tolte le spine, sfogliata l’armatura, il cuore che rivelano è lo stesso: sotto sotto, Caino e Abele sono uguali!

 

Giorgio Donegani