BELLONE

Direttamente dai sette colli più famosi del mondo, il vino degli imperatori dell’Antica Roma. Vitigno a bacca bianca diffuso nel Lazio e principalmente nel circondario romano, il Bellone concorre alla formazione di moltissimi vini della regione in assemblaggio con altre varietà della DOC. Non è dunque tra i vitigni più rari di cui abbiamo scritto, ma quanti possono dire di conoscerlo o averlo degustato in purezza?

 

Crediti: Marco Ceccarelli

 

 

Qualcuno ritiene a ragione che il Bellone sia addirittura una tra le varietà più identitarie del territorio. Anzi, lo si potrebbe  annoverare tra i vitigni dell’Antica Roma. Non a caso, la sua testimonianza nella storia ci arriva nel I secolo d.C. da Plinio il Vecchio, che definisce il Bellone “uva pantastica”, e non a caso l’abbiamo definita uva degli imperatori. La sua identità romana è così forte che dal 2022 ne esiste un piccolo vigneto, Vigna Barberini, proprio sul colle Palatino all’interno del Parco Archeologico del Colosseo, nell’area dei Fori Imperiali, e lì ogni visitatore può osservarla.

Nel tempo, il Bellone si è guadagnato anche molti sinonimi: Arciprete, Cacchione e Uva Pane tra i più conosciuti, ma anche Pampanaro, Bellobuono, Albanese, Zinna vacca e Pacioccone.

Per l’approfondimento di questa varietà abbiamo contattato l’azienda agricola Marco Carpineti, sita a Cori, nella provincia di Latina, luogo di una certa valenza per il Bellone. È di Cori infatti anche l’azienda Cincinnato, che cura il vitigno di Vigna Barberini. Risponde alle nostre domande Paolo Carpineti, figlio del patron di questa società, una realtà peculiare per la nostra intervista poiché vinifica Bellone in diverse modalità, sfruttando la versatilità del vitigno. Marco Carpineti ne ha ben 5 diverse versioni in purezza.

 

Partiamo subito dal territorio.

Siamo praticamente nell’ultimo avamposto della provincia di Latina, in un territorio che ha ben 3 secoli più di Roma e dove quindi non manca la storia. Si dice infatti che Cori avesse addirittura iniziato a usare la moneta prima di Roma, il che significa poter contare su una propria economia e una propria ricchezza. Si campava prevalentemente di agricoltura; qui è famosa l’oliva Itrana da cui si ricava l’olio, ma si tirava avanti bene anche solo con le coltivazioni di frutta. Di recente abbiamo acquistato, come azienda, un palazzo antico nel centro storico di Cori e qui ho trovato diversi appunti “casalinghi” risalenti agli anni Venti da cui possiamo desumere proprio le caratteristiche dell’economia del tempo.

 

Veniamo al Bellone.

Con quest’uva non c’è da inventare nulla. Voglio dire: era chiamata Uva Pane, una scelta che potremmo definire di marketing. Questo soprannome lascia immaginare facilmente le sue caratteristiche. Un’uva dalla bontà genuina, gli acini sono belli pieni, sembrano cioccolatini in altra versione. I nomi che venivano dati erano molto significativi; per esempio, un altro vitigno tipico di questi luoghi è il Nero Buono, un vino che i contadini tenevano solo per loro. Occorre aggiungere altro?

 

A proposito di sinonimi. Producete una varietà di Bellone chiamata Arciprete; mi spiega?

Si tratta di un biotipo di Bellone, ha il grappolo un po’ più piccolo e gli acini più serrati. È così chiamato perché, quando la Chiesa possedeva i terreni, il prelato della zona, l’arciprete appunto, andava a scegliersi l’uva migliore per il vino della Messa.

 

Lo sviluppo economico come di consueto fa la sua parte.

Il danno parte dal dopoguerra, un po’ per l’economia, un po’ il tessuto sociale non si riusciva più a campare di queste varietà. Arrivano le fabbriche nel territorio e con loro anche i famosi vitigni internazionali e le coltivazioni che iniziano a guardare più all’importanza della quantità. I nati negli anni Cinquanta e Sessanta sono più propensi alla scelta del posto fisso. Quindi, le terre vengono a poco a poco dimenticate e lasciate a sé stesse. Per fortuna però, il concetto della terra, soprattutto nella testa dei nonni, rimane un qualcosa di sacro e che si doveva tenere e conservare. E questo credo sia un valore importante.

 

Oggi la visione sul tema è completamente cambiata.

Sì, dopo un trentennio di gelo si guarda al futuro recuperando il passato. Del Bellone abbiamo scoperto un’interessante versatilità, grazie alla quale è possibile spaziare dal metodo classico al passito, passando per alcuni tradizionali bianchi fermi.

 

Particolari caratteristiche di coltivazione possono averne ostacolato la diffusione?

Una sua caratteristica è quella di avere la buccia molto sottile; questo lo rende più sensibile alle piogge e ai relativi patogeni. Ma, rispetto ad altre malattie, rimane una varietà abbastanza robusta.

 

Ci sono aspetti gusto-olfattivi caratterizzanti?

Senz’altro è un vino con un’importante freschezza, altrimenti non si sarebbe potuto pensare a un metodo classico. Al tempo stesso non ha particolare aromaticità, il che lo rende un vino delicato e apprezzabile a tutto pasto.

 

Ci sono abbinamenti tipici del territorio?

Qui si fa il prosciutto cotto al vino di Cori che viene immerso proprio nel Bellone e poi i cellitti al sugo, una pasta corta che ricorda i più conosciuti strozzapreti e si sposano molto bene con un bel bicchiere di Bellone in purezza.

 

Elisa Alciati

elisa.alciati@cibiexpo.it

 

 

 

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