L’impiego di modelli animali in vivo può fornire elementi base per lo sviluppo di ricerche volte alla comprensione e la cura di disturbi alimentari diagnosticati in medicina umana.
I modelli animali, discussi, denigrati o esaltati da decenni, nonostante gli oggettivi limiti scientifici ed etici, sono strumenti fondamentali nella ricerca in numerosi campi (ricerche di base, farmacologiche, mediche, ecc.).

Molti passi in avanti sono stati compiuti per quanto concerne i disturbi alimentari, poiché permettono di studiare i meccanismi biologici, genetici e comportamentali in modo controllato, cosa spesso non eticamente possibile nella specie umana.
Nella sperimentazione animale esistono molti modelli, spesso orientati verso i roditori (topi e ratti); tali modelli sono cruciali per indagare i meccanismi neurobiologici, genetici e ambientali nei confronti di patologie come l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e i disturbi da alimentazione incontrollata. Tuttavia, è importante sottolineare che nessun modello animale, per ovvi motivi, può replicare perfettamente la complessità psicologica e cognitiva dei disordini alimentari umani (come, ad esempio, la distorsione dell’immagine corporea). I modelli si concentrano sul mimare specifici sintomi comportamentali e fisiologici.
Ma quali sono gli obiettivi inerenti all’utilizzo di modelli animali? Innanzitutto, tentare di comprendere le cause biologiche di tali disturbi, analizzando i circuiti neurali e i neurotrasmettitori coinvolti, testare farmaci e indagare su animali geneticamente modificati con lo scopo di individuare eventuali geni coinvolti nella comparsa di disturbi alimentari. In tal modo si possono simulare disturbi di anoressia nervosa, quale la ABA (activity-based anorexia), in cui si inducono gli animali a compiere attività fisica (es. la classica ruota da roditore) in condizioni di restrizioni alimentari, oppure l’anoressia indotta da stress, in cui i soggetti sono sottoposti, durante la giornata, a vari stressor (uno stressor è un qualsiasi stimolo, evento o situazione che provoca una reazione di stress nell’organismo e nella psiche). I modelli citati sono impiegati anche per valutare varie forme di bulimia quale quella nervosa, in cui si alternano periodi di restrizione di cibo standard, alternati a somministrazione abbondante di alimenti altamente palatabili (il cosiddetto binge-eating); tali protocolli possono avere numerose sfumature con lo scopo di mimare diverse forme di anoressia come, ad esempio, quelle da stress, così come alcuni modelli di obesità e alimentazione compulsiva, grazie a cibi estremamente appetibili oppure con soluzioni zuccherine fornite con modalità intermittente programmata.
Ai protocolli citati si possono aggiungere i modelli di tipo genetico, con l’ausilio di soggetti appositamente selezionati, oppure ricorrendo a individui knock-out, cioè animali cui sono stati silenziati uno o più geni oggetto dello studio.
Ma questi modelli rappresentano la panacea? Certamente no! Nessun metodo scientifico opera con probabilità di successo al 100%, e ciascun protocollo gioca con la cosiddetta coperta corta: se la tiriamo a nostro vantaggio, andremmo a scoprire chi giace al nostro fianco, e viceversa.
I modelli animali possiedono vantaggi, ma anche mancanze; innanzitutto, la dimensione psicologica, in quanto gli animali non sembrano avere una precisa idea dell’immagine corporea, o di una “magrezza ideale” sovrapponibili a quella umana, con grandi margini di incertezza. Molto spesso, i modelli animali peccano di semplicità, in quanto la complessa interazione di fattori che insistono su un individuo umano viene “limata” dal modello stesso. Inoltre, l’uso di questi esemplari genera dubbi di carattere etico, in quanto le specie interessate sono esposte a stress di vario genere: in Italia, a tale proposito, si è istituito l’OPBA (Organismo Preposto al Benessere degli Animali) con D. Lgs n. 26/2014, operante in ogni ente coinvolto nella sperimentazione, che controlla ed eventualmente limita le procedure sperimentali, compreso il numero dei soggetti coinvolti.
Ciononostante, i vantaggi apportati da questi modelli sono indubbi: possono ad esempio permettere l’identificazione dei circuiti neuronali cerebrali coinvolti nella regolazione dell’appetito e della ricompensa, spiegare il ruolo di numerosi ormoni associati al comportamento alimentare e alle sue aberrazioni e testare nuovi potenziali farmaci che potrebbero supportare eventuali futuri studi sulla specie umana.
È da sottolineare che, sebbene i modelli animali non possano ricreare perfettamente la complessità psicologica, culturale e sociale all’origine dei disturbi alimentari umani, aggiungono tessere importanti a un puzzle estremamente articolato, permettendo il naturale passaggio da situazioni semplici alla comprensione di sistemi più complessi, come accade in tutti i campi della Medicina e della Scienza in genere.
Massimo Faustini
Università degli Studi di Milano
Dipartimento DIVAS
