FRANCESCO D’AUSILIO

Dalla politica alla storia del cibo. Per oltre dieci anni la sua vita è stata segnata da un lungo procedimento giudiziario. Coinvolto in uno dei filoni dell’inchiesta Mondo di mezzo (l’indagine sulla corruzione emersa a Roma nel 2014), ha attraversato una fase complessa che ha inciso sul suo percorso personale e pubblico.

Una vicenda conclusa con l’assoluzione, che in questa intervista è soltanto il punto di partenza per raccontare il presente. Storico di formazione, oggi si dedica all’insegnamento e alla ricerca sulla storia dell’alimentazione nell’ambito dei food studies.

 

 

Per molti anni il tuo nome è stato legato alla politica. Come sei arrivato allo studio della storia dell’alimentazione?

In realtà sono sempre stato uno storico, anche se l’impegno politico mi aveva portato su altri fronti. Questa vicenda personale dolorosa ha inevitabilmente cambiato il mio sguardo, ma mi ha anche restituito qualcosa che avevo lasciato in sospeso.
La politica ha ritmi frenetici e la ricerca richiede concentrazione.
In questi anni ho recuperato per lo studio, che mi accompagna fin da ragazzo. È stato un periodo difficile, ma anche molto fecondo dal punto di vista intellettuale: lo studio e la didattica hanno rappresentato allo stesso tempo conforto e rigenerazione.

In che modo insegnamento e ricerca hanno cambiato la tua vita e il rapporto con il mondo e la conoscenza?

Negli ultimi anni ho unito in modo più sistematico la passione per la storia e l’amore per il cibo, riprendendo studi e ricerche lasciate in sospeso e iniziando ad insegnare. Ho fatto ricerca con reti internazionali, quali il FOST – Interdisciplinary Historical Food Studies (Studi interdisciplinari di storia dell’alimentazione) della Vrije Universiteit di Brussels e l’IEHCA – L’Institut Européen d’Histoire et des Cultures de l’Alimentation, in Francia, dove ho lavorato sul tema del vino. Questo mi ha permesso di definire meglio il mio ambito di ricerca e inserirlo in un dialogo europeo e internazionale.

In che modo l’alimentazione può diventare una chiave di lettura per comprendere la società e i suoi cambiamenti?

L’alimentazione è un prisma attraverso cui osservare la società. Non riguarda solo ciò che mangiamo, ma anche il territorio, i processi produttivi e le relazioni sociali e culturali. I food studies – come vengono chiamati nel mondo anglosassone – permettono di leggere le trasformazioni attraverso il cibo. Non si tratta solo di nutrizione o di apporti calorici: è un modo per raccontare la storia delle comunità e dei territori. La cucina stessa è il risultato di continui scambi culturali. Molti alimenti che oggi consideriamo tradizionali sono il frutto di contaminazioni, incontri e migrazioni.

Che cosa rende la storia dell’alimentazione un campo di ricerca così attuale?

Oggi è possibile collegare innovazione tecnologica in agricoltura, cultura alimentare e studio delle fonti, come i ricettari. Emergono connessioni sorprendenti, che mostrano come il cibo sia al centro di trasformazioni profonde. Per uno storico rappresenta un punto di osservazione privilegiato: consente di seguire i processi nel tempo e interpretarli anche in modo critico.

C’è un alimento che più di altri racconta la storia sociale dell’Italia?

Verrebbe da dire la pasta, ma la storia è più articolata. La pasta secca arriva nel Mediterraneo attraverso la cultura araba, mentre l’incontro con il pomodoro – oggi simbolo della cucina italiana – è molto più tardo e complesso. Anche alimenti come il mais o la patata hanno inciso profondamente sull’agricoltura e sull’alimentazione. Più che un singolo piatto, sono gli alimenti e i loro percorsi a raccontare come si è costruita la cultura alimentare italiana.

Come viene percepita la cucina italiana all’estero, soprattutto rispetto ad altre tradizioni gastronomiche europee come quella francese?

La Francia ha costruito molto presto una tradizione culinaria nazionale codificata. L’Italia invece è uno Stato relativamente giovane e la sua cucina riflette questa storia: è fortemente legata ai territori, alle città, alle tradizioni locali. È una cucina locale e frammentata, ma proprio per questo straordinariamente ricca. Questa pluralità a volte è difficile da comprendere all’estero, ma è anche uno degli elementi che rendono unica la nostra cultura gastronomica.

Guardando alla tua storia personale: lo studio è stato una fuga o una ripartenza?

Direi una rigenerazione. In una fase molto difficile della mia vita ho recuperato una vocazione che avevo fin da giovane e l’ho trasformata in un percorso più strutturato. Quando la vita ti mette davanti a prove complesse bisogna trovare una bussola per orientarsi. Per me quella bussola è stata lo studio.

Se dovessi lasciare un messaggio ai tuoi studenti o ai lettori di CiBi, quale sarebbe?

Non amo molto la parola “resilienza”, perché spesso significa semplicemente resistere agli scossoni. Credo invece nella capacità di trasformarsi. Viviamo in un’epoca di grandi cambiamenti– dal clima alla tecnologia – e la vera sfida è sapersi rinnovare mantenendo una visione aperta e curiosa. Per chi lavora a contatto con le nuove generazioni il punto è proprio questo: non smettere mai di interrogarsi e rimettersi in discussione.

 

 

Alessandra Meda
alessandra.meda@cibiexpo.it