VESTITI CHE NUTRONO

Quando la tecnologia incontra la moda: fermentazione, batteri e nuovi materiali ispirati al food. Negli ultimi anni l’universo del cibo ha rivoluzionato il proprio linguaggio, introducendo concetti come microbioma, fermentazione, probiotici che, un tempo confinati nei laboratori, hanno influenzato il modo in cui pensiamo alla salute e alla nutrizione. Oggi, in modo forse inatteso, questo stesso vocabolario attraversa i confini della tavola per approdare in un territorio solo apparentemente distante: la moda. È qui che nasce il racconto dei vestiti “nutrienti” e “salutari”, capi che promettono benefici per la pelle e un minor impatto ambientale.

 

 

Un’idea affascinante, che solleva però una domanda centrale: quanta scienza sostiene davvero queste promesse e quanto appartiene invece al territorio dell’immaginario? Nel settore alimentare è ormai noto che i microrganismi non siano nemici, ma alleati essenziali del benessere: favoriscono la digestione, supportano il sistema immunitario e contribuiscono all’equilibrio complessivo dell’organismo. Estendere questa logica al mondo dell’abbigliamento è sembrato quasi naturale: se i batteri possono “nutrire” dall’interno, perché non immaginare un’interazione positiva anche dall’esterno, attraverso un contatto diretto con la pelle? Da qui nasce l’idea di tessuti che integrano batteri “buoni” o che vengono realizzati attraverso processi biologici ispirati all’industria alimentare, capaci di dialogare con la pelle o di ridurre l’impatto ambientale della produzione.

Quando si parla di moda e biotecnologia, un nome noto è quello di Coperni, brand parigino che negli ultimi anni si è affermato come simbolo di una nuova estetica biotech, portando in passerella abiti realizzati con materiali coltivati in laboratorio o creati dal vivo con spray durante le sfilate. Con la linea C+ il marchio introduce il concetto di carewear (abbigliamento che cura): capi pensati non solo per vestire il corpo, ma per interagire con la pelle attraverso principi attivi ispirati alla skincare (cura della pelle).

L’approccio riprende concetti già familiari nel mondo del food e della cosmetica – nutrizione, fermentazione e cura preventiva – applicandoli all’abbigliamento. I benefici dichiarati sono di tipo funzionale, non medico, e mirano a sostenere l’equilibrio del microbioma cutaneo e la funzione barriera della pelle, con un’efficacia che tende ad attenuarsi dopo numerosi lavaggi.

La collezione comprende top, body e leggings dal design essenziale, a effetto seconda pelle, pensati per l’uso quotidiano e sportivo, con prezzi compresi tra 150 e i 180 euro. L’elemento distintivo risiede nel materiale: un tessuto elasticizzato che incorpora prebiotici e probiotici con un rilascio graduale attivato da calore corporeo, umidità naturale, movimento e attrito, sviluppato in collaborazione con HeiQ, azienda specializzata in tecnologie bio-based per i materiali tessili. Accanto a queste sperimentazioni più visibili, ne esistono di meno spettacolari ma più solide da un punto di vista scientifico. Realtà come Spiber e Modern Meadow utilizzano la fermentazione microbica per creare fibre proteiche o materiali alternativi alla pelle. Processi che ricordano da vicino quelli dell’industria alimentare. In questi casi i batteri non sono parte del prodotto finale, ma incidono profondamente sulla sostenibilità della filiera, riducendo l’uso di acqua, risorse naturali e sostanze chimiche. Un approccio ancora diverso è quello di Pangaia, che utilizza trattamenti tessili a base di probiotici per limitare la proliferazione dei batteri responsabili dei cattivi odori. L’obiettivo non è curare la pelle, ma ridurre la necessità di lavaggi, con benefici per l’ambiente e anche per l’equilibrio cutaneo.

Un altro esempio significativo arriva dal mondo delle tinture; la start-up biotech Colorifix ha sviluppato un sistema che utilizza batteri geneticamente programmati per produrre pigmenti e fissarli direttamente sulle fibre. Il risultato non è un tessuto più salutare per chi lo indossa, ma un processo che riduce drasticamente l’uso di acqua, energia e sostanze tossiche, trasformando in modo sostanziale la sostenibilità della filiera. I batteri non vivono nel capo, non interagiscono con la pelle, ma cambiano radicalmente il modo in cui quel capo viene prodotto.

Quando si parla di “vestiti salutari”, è necessario essere chiari: oggi non esistono evidenze scientifiche solide che dimostrino benefici diretti e duraturi dei batteri tessili sulla salute umana, paragonabili a quelli di alimenti funzionali. La vera affinità con il mondo del food non sta tanto nell’effetto sul corpo, quanto nel metodo: fermentazione invece di sintesi chimica, coltivazione invece di estrazione, controllo biologico invece di processi aggressivi. Quando moda e tecnologia si incontrano, i risultati possono essere sorprendentemente innovativi e aprire interrogativi rilevanti sul futuro dei materiali, sulla sostenibilità e sul ruolo del corpo come interfaccia tra tecnologia e benessere.

 

Alessandra Meda

alessandra.meda@cibiexpo.it

 

 

Le aziende citate

Coperni casa di moda parigina nota per l’unione tra minimalismo architettonico e innovazione tecnologica.

HeiQ azienda svizzera specializzata in biotecnologie e scienza dei materiali per tessuti e funzionali.

Spiber Inc. azienda giapponese che sviluppa materiali proteici sostenibili tramite biologia sintetica ispirati ai meccanismi naturali delle fibre.

Modern Meadow impresa statunitense di biofabbricazione focalizzata su alternative sostenibili alla pelle.

Pangaia azienda di abbigliamento sostenibile con base a Londra che utilizza probiotici per ridurre la proliferazione dei batteri responsabili dei cattivi odori e la frequenza dei lavaggi, limitando l’impatto ambientale dei capi.

Colorifix startup britannica biotech che innova la tintura tessile utilizzando il DNA per pigmenti sostenibili.