LUCA NOBIS

Arte dei suoni, contaminazione e formazione. È musicista, compositore e Direttore didattico del CPM Music Institute di Milano, scuola popolare contemporanea creata nel 1984 da Franco Mussida, uno dei membri fondatori della PFM. Chitarrista di formazione classica, ha costruito negli anni un percorso aperto alla contaminazione tra linguaggi musicali. Da anni affianca all’attività artistica un intenso lavoro di formazione e progettazione culturale; insegna finger style (le dita toccano direttamente le corde), storia della musica e time management, promuovendo un approccio pratico e creativo.

 

 

Chi è Luca Nobis oggi e come è arrivato fin qui?


Vengo definito un musicista, una parola con un significato molto ampio. Effettivamente mi esprimo attraverso la musica: è la mia prima fonte di ispirazione e anche di comunicazione. In più oggi, rispetto al passato, sono arricchito da tutte le esperienze che mi si sono cristallizzate addosso. All’inizio della carriera mi piaceva molto stare per i fatti miei, e lo raccontano i miei dischi, che sono per chitarra sola, e invece, nel corso del tempo, si sono aperte tantissime collaborazioni, che ho percorso con piacere perché sono una delle cose più belle del fare musica.

 

Come mai a un certo punto c’è stato questo scatto?


Credo che, crescendo, ti accorgi che la tavolozza di colori è più ampia di quanto avevi pensato. Lo studio classico ti dà un metodo enorme e la chance di aprirti al mondo, ma il salto devi farlo tu. Diplomato, mi sono avvicinato ad altre musiche e ho iniziato a scrivere, all’inizio in modo timido. Ho sempre ascoltato la world music (global o international music: contaminazioni fra elementi di popular music e musica tradizionale), ma non avevo mai immaginato di potermici confrontare davvero. Poi ho conosciuto il CPM ed è nata un’altra storia. Ho studiato un anno con Pietro Nobile, chitarrista acustico, e ho capito che quello che scrivevo mi rappresentava davvero e ho deciso di concedermi una scrittura più libera e, grazie anche a un carissimo amico, Giovanni Amighetti, musicista, ho iniziato a immaginare di accostare alla chitarra altri timbri, altri suoni, altri strumenti, e da lì sono nate collaborazioni molto arricchenti. Penso al violinista Peter Tickell o David Rhodes, storico chitarrista di Peter Gabriel e a tanti musicisti africani. Questo mondo mi ha portato al senso profondo della musica, alla sua origine.

 

Quando parli di origine e di senso profondo della musica, a cosa ti riferisci?


Intendo l’evento naturale, il momento. Quando un musicista ti racconta la sua vita attraverso uno strumento, vai all’essenza, al senso profondo della musica: che è narrazione, evento. È un colore forte, a volte anche sporco, ma è lì che il senso della musica è sempre chiarissimo.

 

Ma la tua origine musicale qual è? È una storia familiare?


No. Avevo uno zio che suonava la fisarmonica, qualche amico che strimpellava, e a un certo punto ho pensato che potevo farlo anch’io. Ho iniziato a studiare chitarra in modo non troppo convinto, finché non ho incontrato persone che mi hanno fatto capire che quello era davvero lo strumento con cui potevo esprimermi. Da lì è diventata una missione.

 

Che cosa intendi con missione?


Nel senso di un impegno da portare a compimento, e quindi diplomarmi, nel mio modo: con un approccio aperto allo strumento.

 

A un certo punto della vita una parte importante del tuo lavoro è diventata organizzazione, direzione. Com’è stato questo passaggio?


All’inizio incarichi come la direzione sembrano enormi, per il carico di responsabilità e di burocrazia. Poi, con l’esperienza, impari a ottimizzare, a sfruttare a tuo vantaggio anche le cose complesse, perché ti obbligano a processi di traduzione mentale dall’artistico al burocratico, che migliorano le tue capacità di proporre progetti, comunicare… E pratica e progetto artistico sono due mondi che devono dialogare. CPM è uno dei luoghi in cui questo dialogo avviene concretamente, dove si creano circoli virtuosi tra musicisti, docenti e operatori del settore. È bello vedere progetti che nascono e vivono di luce propria, diventando ispirazione per le nuove generazioni.

 

La tua creatività passa solo dalla musica o confluisce anche in altri ambiti?


Ho fatto il liceo artistico, mi piaceva disegnare e ho sempre avuto un ricco mondo inventivo. Spesso un’immagine, un’opera d’arte, una storia diventano ancora oggi l’origine di un brano. È bellissimo quando si creano ponti tra linguaggi diversi.

 

Ti porto su un piano più quotidiano: che rapporto hai con la natura, il cibo, la cucina?


Cerco di stare attento a quello che mangiamo, io e la mia famiglia. E mi incuriosisce molto la storia del cibo. Quando siedo a tavola mi faccio sempre la domanda: questo da dove arriva, che percorso ha fatto per arrivare qui? Più mi pongo questa domanda, più divento consapevole quando faccio la spesa. E sarebbe bello avere il tempo di coltivarsi almeno la frutta e la verdura essenziale.

 

Cucini volentieri?


Sì, molto. È una forma artistica. La cosa che mi piace di più è fare i risotti, in assoluto! Vorrei avere più tempo da dedicare alla cucina, ma i ritmi del lavoro non sempre lo permettono.

 

Marta Pietroboni

marta.pietroboni@cibiexpo.it