GABRIELLA GREISON

Le tante forme in cui è possibile raccontare la fisica quantistica. Fisica teorica, scrittrice e narratrice di meccanica quantistica, Gabriella Greison ha studiato a Parigi e da quindici anni racconta la fisica quantistica attraverso libri e spettacoli teatrali. Il suo lavoro intreccia rigore scientifico, ricostruzione storica ed esperienza personale, portando la scienza fuori dai laboratori e dentro i luoghi del pensiero e della vita quotidiana.

 

 

 

Se dovessi dirci chi è Gabriella Greison, in questo momento della vita, cosa diresti?

Sono una fisica che racconta storie. Lo faccio scrivendo principalmente ricostruzioni di momenti, e personaggi che hanno cambiato la storia della fisica. Un libro all’anno, e spettacoli teatrali. Ogni testo nasce da una scintilla, da qualcosa che sento urgente raccontare. Può essere un fatto di fisica quantistica, un evento storico. Lo approfondisco, vado sul posto, faccio ricerca e ne merge la narrazione che sento necessaria in quel momento.

 

Guardando al tuo percorso, c’è stato un momento in cui ti sei trovata a un bivio?

Sì, il bivio fondamentale è stato quello che mi ha portato a scrivere il primo libro, L’incredibile cena dei fisici quantistici, quindici anni fa. All’inizio non me lo volevano pubblicare: una donna che parlava di fisica quantistica, in un momento in cui, in Italia, non era ancora capita. Io venivo dall’Ecole Polytechnique di Parigi, dove invece era normale. Ho insistito, cercando in tutti i modi un editore, finché l’ho trovato. Quel libro ha creato un varco e da lì non mi sono più fermata.

 

Ti senti comunque, prima di tutto, una fisica.

Sì, sono una fisica e una studiosa. La mia attività principale è studiare. Studio continuamente, perché solo così posso trovare nuove storie da raccontare. Il racconto viene dopo, come conseguenza dello studio.

 

Che tipo di pubblico hai, oggi?

Persone curiose. Non c’è un target preciso: arrivano giovani, adulti, lettori diversi tra loro. È un pubblico trasversale, senza etichette, che ha voglia di capire. La fisica quantistica (è la teoria che studia il comportamento di materia ed energia su scale microscopiche, ndr) insegna che non tutto è deciso, non tutto è controllabile, ma molto è ancora possibile. E la possibilità è una forza.

 

Può essere anche un messaggio per le nuove generazioni, spesso definite fragili…

Io dico che la fragilità non è un difetto da correggere, è una sensibilità da educare. Queste generazioni stanno imparando a stare in equilibrio in un punto instabile.

 

Se dovessimo quindi spiegare in poche parole cos’è la fisica quantistica?

È il modo più preciso che abbiamo per descrivere ciò che sta sotto le cose. È invisibile, ma fa funzionare tutto.

 

Un concetto che hai toccato in diverse occasioni è quello di entanglement. Ce lo spieghi?

È quando due particelle, anche lontanissime, restano legate come se fossero un unico sistema. Non si scambiano messaggi: condividono lo stesso stato. Quello che succede a una riguarda anche l’altra. È uno dei concetti che più ci costringono a ripensare l’idea di separazione.

 

A proposito di separazione, vedi un legame tra fisica quantistica e temi come sostenibilità, territorio, ambiente e cibo, di cui principalmente ci occupiamo noi?

Sì, ed è nel metodo. La fisica quantistica mi ha insegnato a pensare in termini di sistemi, non di pezzi isolati. Territorio, cibo, risorse non sono compartimenti stagni, ma reti di relazioni. La sostenibilità non è una somma di buone azioni: è capire come ogni scelta modifica l’equilibrio dell’intero sistema. In questo senso è fisica applicata al futuro.

 

Anche la cucina rientra in questa visione?

Sì, perché nulla nasce separato dal resto. La cucina è qualcosa a cui mi sono affezionata nel tempo. Mi piacciono sapori puliti, pochi elementi, riconoscibili. Non amo dover decifrare quello che mangio. Mi affascina l’idea di mettere insieme due elementi opposti, come accade anche nella fisica.

 

Nel tuo lavoro ritorna spesso il tema della responsabilità.

Sì, soprattutto quando penso ai bambini e alle bambine che vengono ai miei spettacoli. Mi regalano disegni, bigliettini… poi crescono. E tornano. Alcuni mi scrivono dopo anni per dirmi che si sono iscritti all’università. Questa cosa per me è una grande responsabilità: nulla di quello che faccio è preso alla leggera.

 

È anche per questo che scegli con attenzione i contesti.

Sì, ho detto tanti no, soprattutto quando sentivo che il linguaggio sarebbe stato ridotto al minimo. Per me le parole sono importanti, perché è attraverso il linguaggio che passa il pensiero.

 

Guardando al futuro, quali sono i tuoi progetti?

Voglio continuare a fare quello che faccio: portare la fisica nei teatri, nei festival, nei luoghi del pensiero e della vita quotidiana. Ogni libro è una contaminazione diversa: fisica e filosofia, fisica e psicologia, fisica e musica.

 

A gennaio esce il tuo nuovo libro.

Sì, La lunghezza d’onda della felicità. È un romanzo di ricostruzione storica, ambientato a Parigi. Parla di frequenza, di come ciascuno di noi vibra e di come, ogni tanto, sia necessario cambiare frequenza per ritrovare respiro, equilibrio e senso.

 

E quindi parla anche di te…

Si, cerco continuamente un equilibrio, una vertigine e un senso. Mi muovo sempre tra queste tre parole, rincorrendole. Questa è la mia vita.

 

Marta Pietroboni

marta.pietroboni@cibiexpo.it