FILOMENA SAPONARI, PER TUTTI VIGNAFLORA

Come il prezioso Susumaniello color pesca, l’antico vitigno pugliese, è stato lavorato la prima volta in rosé. E altre storie.

Chiedo a Filomena – come faccio con tutti nella fase iniziale dell’intervista – di raccontarmi chi è e di riassumermi la sua storia. So poco di lei; anzi, so solo che nel 2011 ha dato vita a una piccola impresa agricola che ha chiamato Vignaflora e che fa un vino molto particolare – e premiato – a partire dalle bacche nere di un vitigno pugliese autoctono con una lunga storia, ma, almeno fino a poco tempo fa, quasi dimenticato: il Susumaniello. Il nome, trasposizione dialettale della parola “somarello”, si deve al fatto che, grazie alla sua eccezionale produttività, la pianta è spesso molto carica.

 

 

L’incipit di Filomena mi è piaciuto molto e quindi partirei da lì. «La mia storia è quella di un viticoltore senza storia. Non ho alle spalle una famiglia di viticoltori per tradizione e tutto è nato pochi anni fa, quando ho piantato delle viti in un piccolo pezzo di terra, allora seminativo, di mia madre e di mio zio, e prima ancora di mio nonno che ci coltivava grano.

Mi ero appassionata al mondo del vino, avvicinandomi come degustatore, facendo i corsi dell’AIS, diventando degustatore ufficiale, poi docente, e andando a conoscere i produttori e a scoprire la terra in cui nascevano i vini che assaggiavo. Così mi sono innamorata totalmente di questa realtà. Facevo allora il consulente in uno studio di commercialisti; ho lasciato tutto e ho deciso di diventare imprenditore agricolo».

 

Come si inizia?

Cercando la terra e piantando. Ho interrato 2 ettari di questo vitigno autoctono pugliese, presente soprattutto nell’area di Brindisi, il Susumaniello, che mi aveva molto colpito e interessato negli anni in cui mi occupavo di degustazione, iniziando a maturare l’idea di provare a vinificarlo in rosato, e così ho fatto. Al terzo anno di attività, quando sono riuscita a produrre la mia prima bottiglia, la mia prima etichetta, mi sono presentata, senza nessuna pretesa, a un concorso e ho vinto inaspettatamente la medaglia d’oro. Penso che il motivo sia stato duplice: il vino, oggettivamente eccezionale, realizzato in maniera biologica, con lavorazioni a mano e una serie di attenzioni che può dedicare al prodotto solo un piccolo imprenditore, e il fatto che, fino ad allora, nessuno aveva mai azzardato un rosato da Susumaniello.

 

Ma a te, quindi, l’intuizione è venuta grazie alle conoscenze da degustatrice?

Sì, avevo trovato quel vitigno idoneo, da un punto di vista organolettico, a farne un rosato e, grazie all’Istituto Basile Caramia, con sede ad Alberobello, l’anno prima della mia vera produzione ho potuto fare una prova e mi sono convinta che sarebbe stata una strada interessante da percorrere.

 

Ma fai tutto da sola?

No, adesso ho dei collaboratori: uno fisso, un maestro che mi ha insegnato tantissime cose – la potatura, la potatura secca, la potatura estiva… –, e altri stagionali. All’inizio ho fatto moltissimo da sola, e ancora adesso continuo, tra difficoltà e fatiche e purtroppo senza eredi, perché non ho figli.

 

Ma quindi senza nemmeno discepoli? Lo chiedo perché, essendo una cosa nuova, è un peccato che nasca senza futuro.

È giusta questa tua domanda: hai ragione a dire che un progetto di questo tipo ha bisogno di continuità, di essere tramandato, implementato da generazioni future. Non so se sarà possibile, ma adesso cerco di concentrarmi sul presente!

 

Torniamo al presente. Tu, quindi, adesso fai un rosato, ma anche un rosso – lo so perché li ospitiamo sul nostro marketplace –; c’è altro in pentola?

Ho un progetto riguardante una bacca bianca, ma per ora lo teniamo per noi! Non escludo di allargarmi un po’ e di prendere qualche altro pezzetto di terreno, ma poco, perché la mia idea è comunque di continuare a fare le cose in prima persona, valorizzando la mia terra. Non sono guidata da un’idea commerciale.

 

Senti, ma è vero che, rispetto ad altre coltivazioni, ci vuole tempo per vedere i frutti del proprio lavoro in campo vitivinicolo?

Sì, assolutamente. Al terzo anno tu cominci a fare la vendemmia; è un progetto a medio-lungo termine. La mia azienda, che è al decimo anno, è ancora giovanissima.

 

Hai anche strutture ricettive?

No, non è il momento. Però invitiamo spesso nel vigneto, facciamo lì le degustazioni, una cosa molto interessante e piacevolissima.

 

E come e dove lo vendi il tuo vino?

Lo si trova in ristoranti ed enoteche; non ho una vendita diretta.

 

L’abbinamento perfetto?

I miei vini sono molto gastronomici, nel senso che accompagnano benissimo il cibo. Il rosato, avendo una buona acidità e dei profumi non invadenti, è perfetto per un aperitivo o abbinato a carni alla brace, carpacci di pesce e carne leggera, risotti, legumi, verdure e salumi che lasciano un residuo “grasso”, perché l’acidità ripulisce la bocca. Il rosso invece lo suggerisco in abbinamento a piatti semplici della tradizione, come orecchiette con sugo leggero di coniglio, con broccoli o cime di rapa, ragù e, ovviamente, carni, ma non stracotte: non ha la struttura necessaria ad accompagnarle, è un vino leggero, 13 gradi.

Marta Pietroboni

marta.pietroboni@cibiexpo.it

 

 

Pizza e… vino

Il rosato è l’abbinamento perfetto per la pizza; ce lo aveva già detto anni fa un sommelier, e Filomena conferma: persino un ristorante parigino serve il Susumaniello in accompagnamento alle pizze.

 

 

 

 

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