VALENTINA GALLIMBERTI BALLARIN: LA FOTOGRAFA DELLE EMOZIONI

Di Chioggia, nipote del grande giocatore Dino Ballarin, perito a Superga, Valentina cattura e trasmette la spontaneità delle immagini e dei momenti.

Nata nell’amata Chioggia nel 1964, scatta foto da quando ne ha memoria. Mai uscita di casa senza fotocamera, ricorda che alle elementari invece di studiare ritraeva i compagni di classe. Spinta forse da un papà pittore nel tempo libero e grande appassionato di musica classica, e certamente, come ci dice, da genitori che l’hanno sempre accompagnata a vedere cose belle e fatta giocare molto, sviluppa quindi la sua passione e il suo talento.

 

 

Oggi, quindi, parliamo di arti e bellezza, in generale

Guarda, io ricordo Mario Stramazzo, un grande giornalista di enogastronomia che ora purtroppo non c’è più, che diceva sempre ai cuochi: “andate a vedere quadri e dipinti dei pittori famosi, così riuscirete a impiattare meglio le vostre portate.”

 

Vero… Ma veniamo a te: come questa tua passione è diventata professione?

Questo lavoro è nato un po’ così – al di là del mio trasporto nei confronti della fotografia e di tutto quello che è la cultura, la musica – per caso, potrei dire. Io sono anche consulente finanziario, cioè qualcosa che si esprime in dimensioni lontanissime, e ho cominciato qua e là a pubblicare alcune mie foto. Soprattutto di food, specialmente chef all’opera e piatti, ma anche di paesaggi. Avendo una nonna emiliana, fin da piccoli io e i miei fratelli abbiamo passato ore in cucina a guardare che cosa veniva preparato (anche i miei genitori sono bravissimi) e ci siamo appassionati. Così ho iniziato a fotografare. Senza che me lo aspettassi, qualche chef e qualche giornalista hanno iniziato a chiedermi dove avessi lo studio, se potessi scattare per loro… E così è nata questa mia altra professione.

 

Quindi, hai fatto tutto da autodidatta?

Sì. Mi è sempre interessato il mondo della fotografia e l’ho sempre esplorato studiando per conto mio. Adesso, è anche più facile reperire su Internet informazioni, soprattutto di carattere tecnico. Non nego però che mi piacerebbe fare dei corsi strutturati, per confrontarmi anche con persone che certamente ne sanno più di me.

 

E le tue foto da chi sono state scelte e utilizzate, prevalentemente?

Gli scatti più importanti sono stati quelli per la riedizione in inglese del libro dell’Harry’s Bar di Arrigo Cipriani. Ma mi è capitato anche, perché me lo hanno chiesto gli organizzatori, di fare le foto qui a Chioggia per i Campionati Mondiali di Offshore. Ho ripreso per diversi anni, fino a prima della pandemia, la Festa delle Marie del Carnevale di Venezia e spettacoli teatrali. Poi, il mio soggetto d’elezione, quello che a me piace di più come soggetto – al di là della mia città e dei tramonti che si vedono qui, ai quali continuo a dedicarmi –, è il cibo, perché amo far da mangiare! Per due anni ad esempio ho lavorato per la pasticceria veneziana Atelier Biasetto.

 

Ecco, volevo proprio tornare a quello. Ma, quindi, cucini anche?

Sì. Per gli amici; eh, non è che ho un ristorante…! Ma, frequentandoli per fotografarli, essendo curiosa, ho imparato molto di cucina… Dico sempre agli chef, quando scatto per loro, che sono una rompiscatole: voglio sapere esattamente tutto quello che stanno facendo.

 

E quando fai foto di cibo, prepari tu il set, fai tutto da sola?

Sì. Anche perché, visto che a me non va di buttare il cibo – lo spreco  è una cosa che non sopporto –, chiedo agli chef di lasciarmi fare le foto durante i loro servizi. Vado in cucina e scatto al volo, nell’attimo in cui il piatto è pronto e sta per essere portato al tavolo del cliente. Io amo le foto ‘la vedo e la scatto’, foto vere, piatti veri.

 

Dici che non sempre sei soddisfatta o, meglio, di essere la prima critica di te stessa. Ma una foto alla quale sei particolarmente legata c’è?

Sono attaccata a quelle che rappresentano la mia città, dei tramonti che ci sono qui a Chioggia. E poi a quelle di cibo che scatto a casa nel periodo natalizio; mi ricordano i nonni e il mio vissuto.

 

E una domanda “tecnica”. Usi sempre e solo la macchina fotografica?

In genere ce l’ho sempre con me. Per i clienti non scatto con il cellulare. La qualità è diversa, c’è poco da fare. Non hai mai la stessa resa nella foto fatta con macchina o con cellulare; almeno, questo è il mio parere.

 

Tantissimi appassionati del cibo, soprattutto dopo la pandemia, si son rivelati anche amanti della coltivazione e si son ricavati spazi-orto in balconi, terrazzi e giardini urbani ma anche in casa. Sono curiosa di sapere se fai parte di questa schiera.

Dietro a casa mia ho un piccolo orto. D’estate, con mia sorella ci facciamo i pomodori, cose da poco. Cerco ovviamente però sempre, a prescindere dal mio orto, di utilizzare prodotti di stagione della zona e di avere materia prima di qualità. Chioggia è nota, ad esempio, per il radicchio e per il pesce. Il nostro mercato ittico è uno dei più importanti del mondo. Prima non mi era venuto in mente, ma mi hanno chiamato a scattare anche lì. È rimasto l’ultimo in Italia nel quale fanno ancora l’asta all’orecchio. È bellissimo da osservare.

 

Andremo!

Marta Pietroboni

marta.pietroboni@cibiexpo.it

 

 

 

 

Asta all’orecchio

Con questa dicitura si intende un incanto tradizionale, fatto a voce, senza strumenti elettronici. I pescatori dicono sottovoce la propria offerta all’orecchio dell’astatore, che quindi, dopo aver memorizzato le singole proposte ricevute, chiama l’autore della più vantaggiosa e gliela fa ripetere a voce alta. E poi si procede all’aggiudicazione del prodotto.

 

 

 

 

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