UN ITALIANO, UN FRANCESE, UN AUSTRALIANO E… IL DUMPSTER DIVING

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Les Mec! Venez m’aider!(Ragazzi, datemi una mano!). Matthieu reggeva una vecchia bicicletta e tre o quattro baguette appena tirate fuori da un cestino dei rifiuti di fronte a una panetteria. Era un ragazzo sulla trentina, occhi azzurri, capelli biondi e uno sguardo furbo e simpatico. Quello era l’amico di cui Will mi aveva parlato, quello che aveva conosciuto su Internet e che ci avrebbe ospitato per un paio di giorni. Matthieu faceva parte di un collettivo ambientalista radicale e rovistare nei rifiuti era il suo modo ecosostenibile di fare la spesa. In quel periodo giravo il nord Europa in autostop, condividendo quella parte di viaggio con Will, un ragazzo australiano conosciuto per caso a Rouen, in Francia. 

 

 

dumpster diving

 

Erano già parecchi mesi che viaggiava tra Spagna, Italia e Francia, anche lui con lo zaino in spalla. Dopo le dovute presentazioni, in un inglese molto francese, ci chiese di accompagnarlo nel suo pellegrinaggio serale per le spazzature di Caen, così tutti e tre ci avviammo nel freddo della sera normanda. Sapevo quello che stava facendo, Will mi aveva accennato qualcosa il giorno prima, ma fu davanti al “reparto frutta e verdura” (un cestino comunale di plastica gialla) che sua sponte attaccò a parlarci della filosofia del “dumpster diver”, cioè dello “spigolatore” (o del cercatore tra i rifiuti).
C’è chi stima in 1,8 milioni il numero di persone con difficoltà d’accesso ad adeguate risorse alimentari, in Occidente si sprecano quantità incalcolabili di cibo e il dumpster diving diventa, per alcuni, uno stile di vita e di protesta verso il sistema, per altri una necessità: ci si nutre a “impatto zero” e si salvano risorse deperibili, tutto a costo zero. Bisogna solo avere voglia di sporcarsi un po’ le mani.

 

 

Il battesimo del fuoco 

 

Io e Will abbiamo dormito da Matthieu per tre notti, nella sua piccola casa medievale nell’ultima scheggia di centro storico risparmiata dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, mangiando quasi sempre cibo passato da un cassonetto. Ma proprio nella prima sera, ecco il nostro “battesimo del fuoco”: appena arrivati, Matthieu ci ha accolti nel suo monolocale soppalcato (molto bohemien, devo dire) e si è subito messo a cucinare delle patate che poco prima avevamo “raccolto” in fondo alla strada. La cena si è presto “materializzata” nella forma di tre tortini di patate al forno.
Il sapore era davvero buono anche se molto speziato, la consistenza era soffice e sotto i denti si sentiva scrocchiare la polvere di curry…
L’atmosfera naïf, le serate passate al centro sociale in cima alla strada, i brindisi al Calvados nel bar sotto casa, la compagnia degli amici di Matthieu… uno stile di vita, per me, in quel momento, veramente molto coinvolgente. E fu già durante la cena del secondo giorno (un abbondante piatto di riso con verdure) che dimenticai che quanto stavo mangiando, qualcun altro l’aveva chiamato “rifiuto”.

 

Alessandro Caviglione

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