TONNO SÌ O TONNO NO?

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Nell’arcipelago delle Egadi, sull’isola di Levanzo, pitture rupestri ritrovate nella grotta “del Genovese” raccontano la storia plurimillenaria della pesca al tonno, linee marcate nella roccia risalenti al X secolo a.C. che possono darci un’idea di quanto la caccia a questo gigante del mare possa aver marcato a sua volta la storia delle popolazioni siciliane fino all’era moderna. Il tonno rosso dell’Atlantico occidentale (Thunnus Thynnus) trascorre parte della sua vita in oceano aperto per raggiungere poi i nostri mari durante la stagione dell’accoppiamento per deporre le uova soprattutto nell’area maltese, al largo delle Baleari e in prossimità di alcuni tratti della costa sarda.

 

 

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Una pesca a lungo indiscriminata

 

A partire dagli anni ’70 e ’80 del 1900, con lo sviluppo delle tecniche e l’utilizzo dell’ecoscandaglio, la pesca industriale del tonno nel Mediterraneo ha subito un notevole rialzo che in pochi anni ha impoverito i nostri mari di questa preziosa risorsa fino a toccare il picco di catture di 40.000 tonnellate nel 1998. Nel periodo 1997-2002, le esportazioni dal Mediterraneo verso il Giappone sono passate da zero al 70% di quelle totali e la popolazione ittica ha continuato a scendere fino al 70-80% rispetto al suo stato di equilibrio precedente.
Con l’intervento dell’ICCAT (Commissione internazionale per la conservazione dei tunnidi nell’Atlantico) si è vista l’introduzione di un totale autorizzato di catture che ha portato a un abbassamento dei volumi dichiarati, dalle 40.000t del ’98 alle 32.000t del ’99, con le proteste delle associazioni ambientaliste come Greenpeace e WWF che considerarono insufficienti (e considerano tutt’ora) le misure messe in atto per la difesa del tonno rosso.
Oggi la sua presenza nel mare nostrum è migliorata, pur rimanendo una specie in serio pericolo che nella più rosea delle ipotesi raggiungerà solo nel 2035 una ricostituzione del 70%.

 

 

Quote e monopoli

 

In Europa le quote sono state affidate prendendo in esame il periodo 1993-1995, anni di forte contrazione per questo tipo di pesca in Italia. Da noi solo 12 pescherecci campani e siciliani sono autorizzati a operare  con reti da circuizione (adatte per la pesca di specie che vivono in banchi come acciughe, sgombri e tonni, ndr), mentre 450 tonnellate sono divise tra altri 30 con il permesso per la pesca a palangaro (o palamito, un lungo cavetto sottomarino dal quale pendono ami innescati): un business più che fruttifero se si pensa che per il 2017 la quota nominale solo per il “Maria Grazia” (il primo di questi 12 pescherecci) corrispondeva a poco meno di 400 tonnellate di tonno da pescarsi in meno di un mese, tra maggio e giugno.
Il monopolio siculo-campano non danneggia solamente le economie di altre regioni mediterranee come Sardegna e Liguria, ma ne impoverisce anche la cultura se si considera il bagaglio storico di una pesca che ininterrottamente ha sfamato questi popoli da tempi immemori, senza considerare la generale noncuranza nei confronti della piccola pesca tradizionale, totalmente esclusa dal sistema delle quote.

 

 

E per il consumatore? 

 

Tralasciando le problematiche etico-ecologiche collegate, oggi sui banchi nazionali il prezzo di un chilo di tonno al trancio si aggira intorno ai 60 Euro e a questo punto viene da domandarsi l’effettiva opportunità di acquistare o meno questo prodotto. Lo abbiamo chiesto a Benedetto Giuseppe, l’ultimo gestore della pescheria-ristornate Gallina di Torino che con la sua storia lunga 4 generazioni costituisce un punto di riferimento per la gastronomia ittica torinese.

 

 

Che ruolo merita di occupare il tonno rosso sulla tavola degli Italiani?

 

“Da quando sono state poste le quote di pesca e il prezzo ha continuato a salire – spiega Benedetto – il tonno rosso è diventato un alimento di nicchia, spingendo al suo consumo anche chi non si era mai avvicinato a questo prodotto. Per anni, seguendo il progetto Slow Food (contro la pesca e la commercializzazione di questa specie) ho mantenuto una posizione di rigetto alla vendita del tonno rosso, ma ho esteso il mio rifiuto anche al “pinna gialla” (Thunnus albacares) davanti all’assurdità del dover importare pesce dall’Oceano Indiano solo per servire tonno a tutti i costi. Bisogna fornire istruzione alimentare, da anni stiamo lavorando molto l’alalunga (Thunnus Alalunga) e la palamita (Sarda Sarda), ottimi sostituti del tonno rosso”.

Il mare è immediato, restituisce subito quello che si fa per lui: dopo 4 o 5 anni di blocco alla pesca del bianchetto (il cosiddetto novellame, acciughe e sardine appena nate) oggi abbiamo un’abbondanza di pesce azzurro, in particolare acciughe.

 

Alessandro Caviglione

alessandro.caviglione@cibiexpo.it

 

 

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