IL CARNEVALE

tradizioni del carnevale

Festa pagana, poi assorbita nella consuetudine cristiana, permetteva di abbandonarsi impunemente a scherzi e burle senza distinzioni di ceto, ben nascosti dalle maschere.

“Beh, che tu ci creda o no, all’inizio il Carnevale non era affatto una festa per bambini!”

 

 

Lo zio fulminò con lo sguardo un piccoletto travestito da Spider-Man, sfuggito alla mamma, che minacciava di bombardalo di coriandoli.

“E che festa era?”, chiese il nipote, aggiustandosi la maschera sul naso mentre attraversavano l’ennesimo ponte a Venezia.

“Una festa molto più per adulti. Tanto per cominciare, niente bambini: quelli restavano a casa. Ora, che cosa si fa tipicamente a Carnevale oggi?”

“Ci si traveste?”

“Sì, certo, e poi?”

“Beh, si fanno gli scherzi.”

“Esatto! Ci si fanno degli scherzi ma con una premessa importante: ‘a Carnevale ogni scherzo vale’. Sai che cosa significa?”

“Che tutti possono fare scherzi a chiunque?”

“Proprio così! E questo è un elemento importante che proviene dallo spirito del Carnevale antico, perché è un “rituale di rovesciamento”.

“Un cosa?”

“Un rituale di rovesciamento: un po’ come quando ad Halloween sono i bambini a chiedere le caramelle agli sconosciuti, o come nei più antichi Saturnalia romani, in cui i servi diventavano padroni e, in epoca imperiale, si eleggeva persino un imperatore fantoccio che aveva pieni poteri per tutta la durata della festa. Allo stesso modo, il Carnevale era un’occasione in cui gli ultimi potevano prendersi delle rivincite, anche se simboliche, sui potenti: si rovesciavano le convenzioni e si annullavano le differenze sociali, e anche per questo s’indossavano le maschere, con un intento però un po’ diverso da quello di oggi…”

“E non era una festa per bambini; perché…?”

“Beh, diciamo che in passato il punto era consentire ad adulti poveri-deboli di rivalersi su altri adulti ricchi-forti, mentre oggi sembra più quello di dare potere ai bambini sugli adulti, motivo per cui io, in teoria, non dovrei andare su tutte le furie se una di queste pesti dovesse riempirmi di stelle filanti.”

“Quindi, per lo stesso motivo, se io adesso voglio una frittella…”

“Volessi!”

“…va beh; se io volessi una frittella, dovresti comprarmela per forza?”, domandò sornione il nipote.

“Apprezzo il tentativo; per tua fortuna, ne mangerei molto volentieri qualcuna anch’io.”

Evitando accuratamente i luoghi più turistici, insinuandosi tra calli e callette, zio e nipote si concessero un intero vassoio di frittelle.

“Zio, tu quali preferisci?”

“Le originali! Uvetta e pinoli. Sai, le frittelle erano un cibo povero, fatto con ingredienti semplici e alla portata di tutti; all’inizio, non c’erano tutte queste creme per poterle farcire… Ma che diavoleria è quella che hai preso tu?”

“Al caramello salato.”

“Per l’amor del cielo! Dove andremo a finire di questo passo?”

Il nipote ne prese una identica dal vassoio sventolandola sotto il naso dello zio.

“E dai, assaggiala.”

“E va bene, e va bene!”

Lo zio afferrò la frittella, le diede un morso e si arrestò per un attimo, non potendo non assaporarne il gusto. Poi, si accorse che il nipote lo stava fissando con aria gongolante.

“Beh, comunque sapevi che una volta le frittelle erano un vero street food?”

“Davvero?”

“Ma certo. Erano vendute per le calli infilate in dei bastoncini; infatti, all’inizio le frittelle avevano il buco. Si vede anche in un quadro del ‘700 di Pietro Longhi: La venditrice di frittole.”

“Di certo, allora non potevano essere farcite; altrimenti, forandole, si sarebbe fatto un bel pasticcio.”

“Precisamente.”

“Ma le frittelle quanto antiche sono?”

“È una bella domanda! Non lo sappiamo con certezza, ma quelle veneziane è probabile che risalgano almeno al XIII secolo. L’origine esatta dei primi dolci fritti non è così facile da stabilire. Lo stesso vale per i galani.”

“Cioè i crostoli?”

“Galani, crostoli, chiacchiere, bugie, carafoi, cenci, crogetti, cioffe, cresciole, cunchielli’, fiocchetti, frappe, frappole, galarane, saltasù, gale, gasse, guanti, intrigoni, lattughe, maraviglias, sossole, sprelle, stracci, strufoli, melatelli, risòle, lasagne, pampuglie, manzole, garrulitas: comunque li si chiamino, parliamo di loro”, disse lo zio indicando la pila di dolci accatastati su diversi vassoi nell’altro lato della pasticceria.

“Si pensa che abbiano origine dai “frictilia dell’antica Roma, fritti nel grasso animale, per essere precisi di maiale.”

“Sul serio?”

“No, quella parola in latino non sembra nemmeno esistere. Ciononostante, per qualche ragione, questa informazione ha iniziato a girare in diverse pagine Internet, citando il De re coquinaria di Apicio, che risale a duemila anni fa. Piccolo problema: la parola, in quell’opera, non compare mai. E poi ci sono stato, gliel’ho chiesto, non ne ha mai sentito parlare.”

“Però potremmo fare il prossimo viaggio nel tempo nell’antica Roma?”

“Potremmo, ma non aspettarti di trovare questo menù sensazionale. L’ho sempre detto che la cucina diventa davvero interessante a partire almeno dal Basso Medioevo!”

Riccardo Vedovato

riccardo.vedovato1994@gmail.com

 

 

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