Ridurre la produzione di rifiuti non è oggi solo un diktat dell’Unione Europea (Direttiva 2019/904, entrata in vigore lo scorso luglio), ma un obiettivo che ciascuno di noi deve porsi per la salvaguardia dell’ambiente ma anche per il nostro benessere. Tra le tante azioni possibili, sostituire sacchetti e confezioni in plastica con alternative biodegradabili è un piccolo gesto che può contribuire in maniera determinante.

La Direttiva comunitaria 2019/904 prevede che entro il 2021 gli Stati membri riducano l’impatto di alcuni prodotti di plastica sull’ambiente, promuovendo il riciclo e l’utilizzo di bioplastiche.
Gli effetti sull’ambiente
Uno dei maggiori danni prodotti dall’utilizzo massiccio della plastica è senza dubbio l’inquinamento dei mari: il Pacific Trash Vortex (l’immensa isola di spazzatura galleggiante costituita prevalentemente da rifiuti di plastica e situata nell’Oceano Pacifico) ne è l’esempio più eclatante; ma è sufficiente passeggiare nei mesi invernali sulla battigia di qualsiasi località costiera italiana per rendersi conto di quanto la plastica abbia invaso le nostre acque.
Senza contare gli effetti sulla fauna: ingerita dagli animali marini, ne provoca la morte o comunque entra nella catena alimentare. Se ne avvolge le pinne (nel caso delle tartarughe), causa spesso la necrosi dei tessuti e la conseguente perdita dell’arto, fondamentale per la loro sopravvivenza in acqua. «Se si considera che una bottiglia di plastica può rimanere negli oceani per circa 400 anni prima di decomporsi o che un sacchetto disperso nell’ambiente dura addirittura 1.000 anni – spiega Claudia Sorlini, professore emerito di Microbiologia agraria dell’Università degli Studi di Milano – la situazione è davvero critica, tanto più che si aggiungono altri fattori non trascurabili. Oltre ai danni diretti, non vanno infatti dimenticati quelli indotti: per esempio, la produzione di 1 chilo di sacchetti in polietilene comporta l’emissione di più di 2 chili di anidride carbonica!»
Il futuro è la plastica biodegradabile?
«La soluzione all’inquinamento dei mari e dei terreni va ricercata nelle plastiche biodegradabili, o bioplastiche» prosegue Sorlini. «Si tratta di materiali a base di amido di mais, bucce di patate, zuccheri o comunque derivati da processi biologici, in cui i componenti sono in grado di ridursi sostanzialmente ad anidride carbonica, acqua e sali minerali, disperdendosi nell’ambiente. Al momento, la ricerca sta perfezionando la sintesi di questi composti, in modo da agevolarne e velocizzarne la compostabilità.»
Si riuscirà ad arrestare la crescita delle isole di plastica?
Anna Francioni
