PORCINI ITALIANI?

I funghi porcini occupano un posto d’onore nella gastronomia italiana grazie al loro aroma intenso, alla polpa soda e al legame profondo con i boschi delle nostre regioni.

Impiegati per gustosi risotti, tagliatelle, contorni e molte altre specialità, sono un simbolo della stagionalità e della qualità del territorio.

 

 

Da gennaio 2025 è entrato in vigore il Regolamento UE 2023/2429, che impone di indicare in etichetta il Paese d’origine dei funghi non coltivati, come i porcini. Una norma accolta con favore dal mondo del food e della ristorazione, pensata per rafforzare la trasparenza e tutelare il valore autentico dei prodotti del nostro territorio.

Eppure, a pochi mesi dall’introduzione dell’obbligo, le frodi non si sono fermate. Si segnalano funghi essiccati o surgelati provenienti dall’Est Europa, ri-etichettati con documenti alterati e trasformati in “porcini italiani”, oltre a quantità di prodotto nazionale mischiate con importazioni di minor pregio. Il tutto con margini elevati e a scapito della qualità e della reputazione del settore.

È recente l’eco di ciò che si è verificato a Lariano, nel Lazio, dove si è conclusa la tradizionale Sagra del Fungo Porcino, finanziata quest’anno dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy: l’evento avrebbe dovuto celebrare l’eccellenza dei boschi italiani, ma – secondo diverse segnalazioni – la maggior parte dei funghi serviti e venduti sarebbe stata non tracciabile, importata da paesi dell’Est e spacciata per italiana.

Questo conferma quanto sia fragile la filiera dei funghi nel comparto agroalimentare: nonostante i controlli delle Autorità, che restano decisivi, il più delle volte tale filiera risulta difficile da monitorare.

Dalla raccolta nei boschi alla trasformazione industriale, ogni passaggio può nascondere un rischio di manipolazione. La mancanza di tracciabilità effettiva e la vendita di prodotto sfuso completano il quadro di vulnerabilità.

Per le aziende e i professionisti del food, la sfida ora è duplice: da un lato, garantire la massima trasparenza in etichetta e nei canali di approvvigionamento; dall’altro, comunicare al consumatore la differenza tra un vero prodotto italiano e una semplice imitazione.

La reputazione del Made in Italy agroalimentare si gioca su dettagli che non sono solo burocratici, ma espressione di identità: promuoverlo significa difenderlo nei mercati, nei laboratori e in ogni sagra, dove il profumo e il sapore del porcino dovrebbero raccontare solo l’autenticità del prodotto e non essere sinonimo d’inganno.

 

Daniela Mainini

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