NANOHUB

Leggere e rimanere affascinati. Vi racconto, partendo dalla fine. Una start-up italiana – Nanohub – nata alcuni anni fa con l’obiettivo di occuparsi della qualità dell’aria degli ambienti chiusi, a giugno ha brevettato un dispositivo, industrializzato a luglio e da settembre in commercio, che in arco temporale molto breve, circa mezz’ora, inattiva totalmente la carica virale infettiva aerea del SARS-CoV-2. Le applicazioni di questo dispositivo e le conseguenze del suo uso, su larga scala, potrebbero essere molto importanti. Ho intervistato Stefano Perboni, CEO della start-up, per scoprire qualcosa di più.

 

 

 

 

“Nanohub è nata nel 2018, dopo alcuni anni di studi, ricerche e sperimentazioni sul tema qualità dell’aria che avevano portato a risultati validati e soluzioni applicabili in diversi contesti, grazie alla collaborazione delle esperienze dei soci fondatori e delle competenze tecniche e tecnologie di alcuni partner esterni. Appena nati abbiamo applicato le nostre tecnologie alla conservazione dei prodotti ortofrutticoli, avendo sviluppato dispositivi in grado di controllare il livello di etilene presente nell’aria.

 

Molti prodotti vegetali, infatti, in fase di maturazione, emettono questo gas che, se presente nell’ambiente, riduce la vita dei prodotti. Abbiamo quindi realizzato dei sistemi di trattamento dell’aria dedicati ai sistemi orto-frutta, ottenendo come risultato quello di essere in grado di allungare la vita dei prodotti degli ambienti da noi controllati e, come conseguenza diretta, ridurre gli sprechi alimentari”.

 

Fino al 2019, mi spiega Stefano Perboni, la tecnologia di Nanohub era fotocatalitica. Prevedeva l’applicazione agli ambienti di un sistema di filtrazione dell’aria che sfruttava come metodo di funzionamento la fotocatalisi, e cioè l’ossidazione di sostanze indesiderate presenti nell’aria anche in piccole quantità, innescata dall’azione della luce su alcuni materiali semiconduttori. Questa tecnologia permetteva in sostanza di eliminare dall’aria tutti i composti organici volatili (spore, muffe, allergeni cariche batteriche) e gli sviluppi possibili sarebbero stati tantissimi.

 

“La nostra particolarità stava nel fatto” prosegue “che abbiamo sempre lavorato con un fotocatalizzatore innovativo. Non il classico biossido di Titanio, che in fase di lavorazione ha una certa pericolosità – è cancerogeno – ma un materiale a base di triossido di Tungsteno che prometteva, ed effettivamente ha dato, migliori risultati. Questo fotocatalizzatore, inoltre, ha la particolarità di attivarsi con normali luci dello spettro del visibile e non ha bisogno di UV. Un aspetto ecologico che ci piaceva”.

 

 

Poi che è successo?

 

“Poi è arrivato il Covid. Apparso il virus ci è stato chiesto se la tecnologia fosse efficace anche nel trattamento degli aspetti virali, cioè potesse combattere la parte virale aerodispersa. Dai nostri studi sapevamo che la fotocatalisi era efficace a livello virale, ma sappiamo anche che i tempi di inattivazione di una carica virale legati a una fotocatalisi possono essere un po’ lunghi, e quindi andare benissimo in una situazione normale, ma in una emergenziale no.

 

Stavamo però studiando un nuovo materiale che potesse essere abbinato al fotocatalizzatore per migliorare le caratteristiche microbiologiche dell’aria, e su questo ci siamo concentrati. Abbiamo individuato il modo migliore per combinare le due tecnologie, abbiamo sviluppato un nuovo sistema di filtrazione – che abbiamo testato presso il laboratorio di Patogenesi Virale e Biosicurezza dell’Ospedale San Raffaele di Milano, per verificarne la capacità di inattivazione del SARS-CoV-2 –  e abbiamo avuto conferma che l’abbinamento delle due tecnologie avesse un’efficacia molto elevata nell’uccisione del virus, e per precisione nella rottura del suo RNA”.

 

La tecnologia della start up italiana in soli 10 minuti inattiva oltre il 98% delle particelle infettive del SARS-CoV-2 presenti in un ambiente, in 20 minuti oltre il 99,8%, fino ad arrivare al 100% in 30 minuti.

 

 

 

 

Sembra essere fondamentale il rame, nella morte del virus…

 

“Sì. Infatti uno dei nostri due sistemi di filtrazione è stato realizzato sviluppando un materiale a base di nanocluster di rame, che è un virucida e un battericida. Abbiamo deciso di brevettare il filtro e utilizzare questo nuovo sistema di filtrazione, un’implementazione di quello che avevamo sviluppato fino al 2019, in tutti i sistemi di trattamento dell’aria, avendo un’efficacia molto importante anche sulla sua componente microbiologica, e quindi sulla distruzione di batteri e virus che sono presenti in aria”.

 

 

Come si applica questo filtro?

 

“Quello che avviene è una reazione sul filtro. Non si tratta di un’azione meccanica, ma di un’ossidazione, che non immette nulla in aria di pericoloso (solo vapor acqueo, co2 e qualche sale minerale). L’importante è che le sostanze che dobbiamo eliminare vadano a contatto con il filtro. Per questo abbiamo costruito dei dispositivi che prelevano l’aria dall’ambiente, la fanno passare attraverso il filtro e la reimmettono nell’ambiente.

 

Per poterlo applicare negli ambienti, visto che la tecnologia è il filtro, è possibile: o inserire il filtro nei i sistemi di ventilazione meccanica presenti in uno spazio; o, laddove non ci sia questa possibilità, utilizzare i dispositivi che abbiamo progettato apposta. Sono già sul mercato e a prezzi accessibili. Vanno dai 500 ai 1500 euro. Ovviamente più grandi sono i volumi d’aria da trattare più alto è il costo. E, cosa importante, è una tecnologia che si usa in presenza di persone.

 

Oggi i sistemi sono già applicati in tantissimi settori: dal mondo dei trasporti (mezzi pubblici ma anche auto private), uffici, ospedali, scuole. La nostra tecnologia comincia a essere conosciuta anche all’estero…”

 

Marta Pietroboni

marta.pietroboni@cibiexpo.it

 

 

 

Iscriviti alla nostra newsletter e resta aggiornato
sul mondo del cibo.