MARIA PEZONE

Un’agricoltrice che influenza davvero. Nata nel Casertano, compie 28 anni in questi giorni. Cresciuta in una realtà agricola storica, l’azienda di famiglia Egiziaca, oggi ne guida scelte e processi, lavorando tra campo e ufficio, e affiancando a questo lavoro tecnico, un grande impegno a livello di comunicazione e rappresentanza politica dei giovani agricoltori, in Italia e in Europa.

 

 

Si parla oggi molto di donne in agricoltura. Raccontaci tu chi sei, che fai…

Vivo l’agricoltura da quando sono nata. La famiglia di mio padre è contadina da generazioni, quindi sono cresciuta in questo contesto, da sempre tra campi e mercato, in una zona vocata alla fragolicoltura. Mio nonno mi portava sempre con sé: trattore, camion, consegne; grazie a lui non ho mai percepito differenze tra uomo e donna. Poi mi sono iscritta al liceo delle scienze umane, e mi è stato utilissimo, visto il capitale variegatissimo che abbiamo in azienda; ogni giorno è necessario fare mediazione culturale. Siamo circa 100 persone, provenienti da 17 paesi diversi, e quasi il 40% donne.

 

Dove si trova l’azienda?

Siamo a Giugliano, in provincia di Napoli; l’azienda è a 15 km dai Campi Flegrei che, a seguito di un’eruzione, hanno dato origine alla Piana Campana e a un territorio estremamente fertile. Una zona vocata all’ortofrutta; storicamente coltivavamo fragole, melone retato e peperone. Poi abbiamo cambiato strategia e siamo andati verso il mercato della quarta gamma, lavorando con l’industria, cosa che permette di programmare i volumi per tutto l’anno e conoscere i prezzi: un approccio molto più organizzato.

 

Qual è il tuo percorso?

Dopo il liceo mi sono iscritta ad Agraria alla Federico II di Napoli. Alla fine del secondo anno mi hanno chiesto di iniziare a lavorare in azienda perché serviva una figura come la mia, e sono stata quindi parte attiva di questa trasformazione. Sto completando gli studi, ma lavoro a pieno ritmo, occupandomi della parte tecnica, sia di campo sia di programmazione agronomica in ufficio, dove faccio analisi dei dati aziendali e ottimizzo i processi produttivi. La parte che amo è quella di campo, in cui osservo come crescono le diverse colture e ipotizzo eventuali nuovi metodi per produrre: nuovi macchinari, nuovi sesti di impianto (disposizione geometrica e spaziale delle piante, ndr). E la cosa che in assoluto me piace di più è la ricerca varietale, lavorare a stretto contatto con la genetica.

 

Su cosa vi siete specializzati?

Principalmente lattughe iceberg e cappuccio, e valerianella per la quarta gamma, ma anche pomodoro da industria e anguria mini e microseme. Abbiamo scelto di specializzarci per essere più efficienti e garantire continuità produttiva. Almeno una volta all’anno vado nei centri di ricerca delle aziende sementiere – in Spagna, Francia e Olanda – e lì vedo altri metodi, nuove varietà, e soprattutto mi confronto con i genetisti. Noi portiamo i feedback del campo, loro li utilizzano per orientare la ricerca. Questo lavoro permette di avere varietà più resistenti ai patogeni e quindi diminuire l’uso di agrofarmaci. Ma anche migliorare le rese: ad esempio, siamo riusciti a ridurre di circa 10 mila unità le piante per ettaro, ma, cambiando la varietà coltivata, abbiamo mantenuto, e aumentato, la produzione.

 

Quindi molta innovazione in campo.

Sì, anche sulle tecniche. Ad esempio, utilizziamo sia solarizzazione che pacciamatura, due pratiche distinte di copertura del suolo con film, che richiedono attenzione ma danno risultati importanti in termini di disinfezione del suolo e controllo delle erbe infestanti.

 

E sul fronte tecnologico?

Abbiamo introdotto diverse soluzioni: GPS sui trattori, stazioni meteo, sistemi di monitoraggio. Ci aiutano a prendere decisioni più precise e a ottimizzare il lavoro. All’inizio c’è sempre un po’ di resistenza, perché la tecnologia spaventa e c’è il “si è sempre fatto così”. Però quando si vedono i risultati, si accetta.

 

Poi c’è la tua attività fuori dall’azienda.

Sì. Altre due cose che amo molto e ritengo importantissime sono la comunicazione e la politica agricola. L’attività di comunicazione è nata quasi per gioco su Instagram. Volevo raccontare il valore dei prodotti coltivati bene e del territorio, che spesso viene descritto in modo negativo, per ragioni note, ma invece ha anche tanto di buono, e va spiegato.

Da lì è arrivato anche l’impegno politico: sono vicepresidente giovani di Confagricoltura Campania e faccio parte del CEJA, l’Europea Council of Young Farmers, (sono uno dei due membri delegati), e per questo sono stata a Bruxelles. Quando sono arrivata lì, ho capito in un secondo quanto sia importante il lavoro dell’Unione Europea per l’agricoltura.  È stato molto formativo: vedi da vicino come si costruiscono le decisioni, senti il respiro internazionale e democratico…

Ma mi ha colpito anche rendermi conto di come spesso quello che viene fatto non arriva agli agricoltori. Perché non si usano i canali giusti, perché il linguaggio è troppo complesso. Serve semplificare, rendere tutto più accessibile.

Per me è importante essere utile: all’azienda, al territorio e al settore. Se riesco a fare da ponte tra questi mondi, allora sto facendo bene il mio lavoro.

 

Marta Pietroboni

marta.pietroboni@cibiexpo.it

 

 

Solarizzazione e pacciamatura: come proteggere il suolo riducendo la chimica

La prima sfrutta il calore naturale del sole per “disinfettare” il terreno, che viene coperto con film plastici trasparenti: l’irraggiamento resta intrappolato e la temperatura negli strati superficiali può superare i 40° C. Così vengono inattivati molti patogeni, semi di infestanti e organismi dannosi, riducendo la necessità di interventi chimici. La pacciamatura, invece, consiste nella copertura del terreno – con film plastici o materiali biodegradabili – durante il ciclo colturale. Serve a limitare la crescita delle infestanti, trattenere l’umidità, migliorare la gestione termica del suolo e proteggere le colture. È una pratica ormai consolidata nelle produzioni orticole intensive.

Nell’azienda Pezone queste due tecniche lavorano spesso in sinergia: la solarizzazione prepara il terreno in modo “pulito”, mentre la pacciamatura accompagna la coltura migliorandone le condizioni di sviluppo e l’efficienza produttiva. Un elemento chiave è rappresentato dai materiali utilizzati. L’azienda impiega film innovativi, progettati per resistere alle alte temperature della solarizzazione e, allo stesso tempo, inserirsi in logiche di economia circolare. Il tema cruciale resta infatti la gestione a fine ciclo.

 

 L’ambiente

Aree come i comuni di Acerra, Nola e Marigliano sono tristemente note per gli anni di smaltimento illegale di rifiuti tossici. Ma oggi c’è un’area protetta, a pochi km dall’azienda, gestita dalla LIPU, Ente Riserve Naturali Regionali Foce Volturno/Costa di Licola/ Lago Falciano e Istituto Gestione Fauna. Qui nidificano uccelli d’acqua che arrivano dall’Africa e poi si spostano verso il Nord Europa. L’istituto Gestione Fauna si occupa del monitoraggio e dell’anellamento (l’applicazione alla zampa degli uccelli di un anello metallico con un numero o un altro segno indicativo per studiarne le migrazioni, ndr) mentre la LIPU gestisce l’area ospitando le scuole e tutti i visitatori interessati.