MAIALI, DIAMOCI UN TAGLIO…O NO?

Le pratiche di allevamento suino hanno nel tempo imposto mutilazioni per fini eminentemente pratici. Da tempo, però,  si cercano vie alternative a tali protocolli.

 Le modalità di allevamento intensivo dei suini hanno, nel tempo, orientato gli allevatori verso l’applicazione di mutilazioni, o interventi più o meno invasivi, sui neonati, con lo scopo di limitare i danni e conseguire vantaggi fisici ed economici. Tali interventi sono essenzialmente di tre tipologie: la troncatura dentale, la caudectomia (taglio della coda) e la castrazione dei soggetti maschi. Queste procedure vengono eseguite sui neonati, anche senza protocolli anestetici, sebbene debbano essere attuate da veterinari in condizioni ottimali.

 

 

 

Negli ultimi anni, con la presa di coscienza sul benessere animale, numerosi filoni di ricerca hanno sviluppato procedimenti alternativi di trattamento, mettendo in dubbio la reale efficacia di metodiche applicate da tempo. La troncatura dentale, per esempio, coinvolge incisivi e canini, che vengono parzialmente resecati con il fine di prevenire lesioni capezzolari, ridurre i danni da morsicatura ed evitare infezioni cutanee. La resezione dentale potrebbe però dare problemi di gerarchia nei confronti dei soggetti non resecati, nonché possibilità di infezioni orali, nonostante i denti vengano accorciati solamente per un terzo. Inoltre, la pratica di resezione è senza dubbio dolorosa, aspetto da non sottovalutare in un quadro di assicurazione del benessere degli animali. Oggi in Italia la resezione dei canini nei maschi è applicabile solo in caso di giustificata motivazione; negli altri casi, è necessario resecare entro il settimo giorno di vita, lasciando sui denti ridotti superfici lisce.

Un’altra procedura di mutilazione resasi necessaria negli allevamenti intensivi è la caudectomia: Tale operazione è generalmente usata con lo scopo di evitare – per quanto possibile – fenomeni di cannibalismo quali la morsicatura della coda o delle orecchie, frequente in casi di sovraffollamento per limitazioni ai comportamenti esplorativi e in mancanza di arricchimenti ambientali. La pratica, come evidenziato in numerose ricerche anche recenti, causa (ovviamente!) ansia acuta e dolore locale, ma anche aumenti della concentrazione di ormoni quali il cortisolo, il principale ormone coinvolto in fenomeni di stress violento e cronico. La caudectomia non deve essere usata come operazione di routine, e va obbligatoriamente eseguita da personale veterinario o che abbia ricevuto una specifica formazione (Art. 5 del d.lgs n. 122/2011). Inoltre, praticata oltre il settimo giorno di vita, deve essere eseguita sotto anestesia o con applicazioni prolungate di analgesici (la routine degli anni precedenti non prevedeva l’uso di alcun mezzo anestetico o analgesico).

La procedura di mutilazione a carico dei suinetti maschi è certamente la castrazione. L’operazione è necessaria per ovviare a uno spiacevole effetto negativo dato dalla presenza dei testicoli e degli ormoni da loro prodotti: nei maschi cosiddetti “interi”, i testicoli inducono nel tessuto muscolare l’accumulo di molecole che conferiscono alle carni odori a volte estremamente sgradevoli: tra queste lo scatòlo che, tanto per intenderci, è uno dei principali responsabili dell’odore delle feci. Negli ultimi anni si sta imponendo la castrazione sotto anestesia/analgesia anche se eseguita entro i sette giorni di vita del soggetto, a differenza delle procedure del passato. È ovvio che queste pratiche debbano essere condotte da personale qualificato e opportunamente addestrato, con lo scopo di limitare al massimo gli effetti negativi sul benessere dei soggetti coinvolti.

Ma si può evitare questa serie di mutilazioni che, per quanto “utili” comportano disagi e sofferenze ai suini già nei primi giorni di vita? I decreti legislativi n.146/2001 e n.122/2011 regolamentano le pratiche di mutilazione a carico degli animali in allevamento, spingendo verso un maggiore controllo del “benessere”. In ambito scientifico, numerosi filoni di ricerca si sono adoperati, e tuttora si adoperano, per trovare soluzioni alternative alle mutilazioni: in particolare sulla castrazione, oltre alle procedure anestetiche/analgesiche e terapeutiche postoperatorie, si propongono ad esempio protocolli di immunocastrazione (una sorta di vaccinazione), che mirano a neutralizzare l’attività di ormoni che favoriscono l’attività testicolare, oppure la “correzione” dell’aroma sgradevole delle carni tramite trattamenti con salamoie  ad hoc per mitigarlo.

Inoltre, per limitare i fenomeni di aggressione, si stanno diffondendo protocolli che coinvolgono metodiche di arricchimento ambientale, di organizzazione sociale dei gruppi e di selezione genetica per favorire la presenza di soggetti meno aggressivi.

Sono certo che la ricerca favorirà lo sviluppo di tecniche che possano ridurre l’utilizzo di procedimenti un tempo indispensabili ma che oggi potrebbero divenire obsoleti, facilitando l’evoluzione di condotte di allevamento più umane.

 

Massimo Faustini 

Università degli Studi di Milano

Dipartimento DIVAS    

massimo.faustini@unimi.it