LORENZO PALMERI

L’arte della curiosità e il progetto come atto creativo. Lorenzo Palmeri è, nominalmente, un architetto e un musicista. Effettivamente, è piuttosto un progettista eclettico, un art director e un docente. Dopo aver avuto come maestri Bruno Munari, artista, designer e scrittore, e Isao Hosoe, ingegnere e designer giapponese, con il quale ha collaborato per diversi anni, ha ideato e dato forma, vincendo importanti premi nazionali e internazionali, ad abitazioni, negozi, lampade, vasi, tavoli, chitarre, colonne sonore e persino cioccolatini. Noi l’avevamo conosciuto per questo, tanti anni fa. Per il cioccolatino che aveva disegnato per Ernst Knam (CiBi n.6/2014).

 

Crediti Tiziana Cera Rosca

 

Mi piacerebbe iniziare questa chiacchierata chiedendoti di presentarti ai lettori in modo informale. Come ti vedi, al di là della biografia ufficiale?

Sono un curioso e poi aggiungerei – unica definizione che mi piace – progettista. Ho aperto uno studio che mescola varie discipline; saltare tra loro è la cosa che mi soddisfa di più, proprio perché il tema della progettazione per me abita un metro sopra alle discipline. Ognuna ha il suo linguaggio, ognuna richiede un apprendistato e un apprendimento. Nella mia vita, dato che non ci si può occupare di un milione di cose, ne sono entrate due o tre: il design (e l’architettura, che metto nello stesso pacchetto), la musica – che si incrocia con il primo per tante ragioni e che spesso è una fonte di idee per il design e viceversa – e la psicologia, che è l’ultima arrivata, perché ho preso di recente questa seconda laurea. Mi toccano poi tutta una serie di tematiche trasversali, come il cibo – che cosa succede quando mangi, su cui potrei tenere una lezione universitaria – o la cosiddetta ricerca di sé, questione sulla quale penso di avere lo statuto di Pro, non per i risultati raggiunti, ma per l’analisi compiuta.

 

Hai uno studio in cui lavorano generazioni diverse. Come si fa a progettare con persone che hanno cultura e sentire diversi?

Punto interessantissimo. Insegnando, incontro studenti ogni anno, da tantissimi anni. Questo mi dà un osservatorio molto particolare sulle nuove generazioni. C’è un fenomeno ricorrente che noto: periodicamente, si genera una sorta di flusso, di onda, per cui cambia tutto. Ci sono periodi in cui le persone sono molto reattive e altri in cui sono molto remissive, momenti in cui hanno una spinta quasi rivoluzionaria, o in cui sono apertissime e momenti in cui sono più chiuse. È un discorso complessissimo e spinoso, perché è ovvio che gli individui sono singoli e ognuno vale di per sé; però è vero che esistono dei flussi d’insieme. Come si parla quindi, tra generazioni diverse? Siamo tutti esseri umani e inequivocabilmente passiamo attraverso le stesse cose: uno può diventare super tecnologico, bruciarsi la vita nei Reels su TikTok, ma le necessità base restano le stesse e il dialogo si fonda, credo, su questi “universali”.

 

Ma noti tra i giovani un approccio alla progettazione diverso da quello che potevamo avere noi?

Dico la mia con grande umiltà. A me pare che l’attitudine progettuale sia sempre la stessa da miliardi di anni; cambiano gli strumenti, le spinte, gli shock culturali, l’ambito in cui vivi.

 

Quali sono i temi che a te interessano di più da un punto di vista progettuale?

La relazione. Ho capito che la cosa che mi accende e mi interessa di più è costruire un ponte. Cerco – e poi la riuscita è un altro tema – di innescare un rapporto con la persona che osserverà, userà, ascolterà quello che “progetto”. Ho disegnato cose molto diverse, con la sensazione ogni volta di entrare in un nuovo mondo. All’inizio di ogni progetto, e questo ritengo sia uno dei super poteri del designer, sperimenti la condizione dell’Absolute Beginners, per citare David Bowie: l’essere consapevole di non sapere nulla di qualcosa, essere principiante.

 

L’idea dell’essere principiante affascina tantissimo anche me, perché sottende il fatto che ci sia un percorso conoscitivo da intraprendere, in contrasto con la convinzione sempre più comune secondo la quale è possibile fare di tutto senza sapere nulla.

Esatto. Il principiante è uno status. Uno status che a volte auto-induci anche, è una distanza che vuoi costruire, è una condizione quasi di verginità in cui sei pronto a ricevere e a dare in un modo nuovo. È un esercizio, mi viene da dire. Mentre il pensare di saper fare tutto è una malattia mentale gravissima, pericolosissima, tragica e deviante. Non ti aiuta a costruire una tua realtà.

 

A proposito di questo, dobbiamo parlare del tuo libro.

Si chiama “Disperazione progettuale”. Nato da un’idea di Alessandro Biamonti, doveva essere un libro sui miei lavori. Poi, chiacchierando con lui – visto che a me non interessava così tanto fare un libro verticale sui miei lavori – abbiamo pensato che potesse essere più interessante ribaltare la logica: utilizzare i progetti come leve, catalizzatori di alcuni pensieri riferiti alla progettazione, utili a giovani progettisti. Una sorta di semina, senza nessuna presunzione. Non è un manuale, ti offre una serie di prospettive e accadimenti. Rilevo una cosa: tutti i progettisti che piacciono a me sono inquieti e stanno sempre cercando un’altra cosa.

Marta Pietroboni

marta.pietroboni@cibiexpo.it

 

 

Disperazione progettuale

È un titolo scherzoso, ma vuole raccontare quella specie di urgenza e spinta che Lorenzo dice avere dei tratti comuni, a volte, con la disperazione, tipica dei progettisti, che devono sempre trovare una soluzione, un’idea nuova. Una vibrazione che allo stesso tempo è una disperazione positiva, se si può dire così.

 

 

 

 

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