LICIA GRANELLO, DALLO SPORT ALLA BUONA TAVOLA

L’esordio sportivo, la brillante carriera su cui si stagliano collaborazioni eccezionali. Poi la conversione professionale verso l’enogastronomia e l’alimentazione. Oggi, Licia Granello, celebre firma culinaria del quotidiano La Repubblica, nonché curatrice della rubrica culinaria RFood del sabato, tra sapori e valori, racconta (e si racconta) alla penna di CiBi.  Avvicinamento alla gastronomia, incontri, viaggi, fatiche letterarie

 

 

 

 

Com’è avvenuto l’avvicinamento alla gastronomia?

 

Sono nata di 4 kg, ero già una piccola gourmet nella pancia della mamma. Ho scritto un primo libro nel 2007 sulla stagionalità degli alimenti intitolato Mai fragole a dicembre e dedicato a mio padre, che mi ha insegnato la differenza tra il parmigiano e il conto in banca. Per lui entravano in casa solo Parmigiano reggiano, prosciutto San Daniele, olio extravergine d’oliva e il vino… Arrivava il Chianti dai parenti materni e il Merlot da quelli paterni. Se questo è l’imprinting non puoi andare da nessun’altra parte, in casa mia il cibo è sempre stato considerato un valore, non una merce. In quanto valore deve essere pagato il giusto prezzo per riconoscere altrettanto valore a chi lo produce, deve essere sano e deve essere goloso perché la tavola è condivisione, piacere, amicizia e solidarietà.

 

 

Altre figure importanti per il tuo percorso?

Una mia grande fortuna è l’essere cresciuta professionalmente con due giornalisti straordinari, Gianni Brera e Gianni Mura che, oltre ad essere due fuoriclasse del giornalismo sportivo, non si sono mai risparmiati per quanto riguarda la buona tavola. Alla vigilia delle partite, che si fosse in Italia o all’estero, capitavo sempre nei migliori ristoranti, dove venivano stappate le migliori bottiglie e anche questo mi ha dato spessore.

 

 

In un mercato che offre sempre più spazio alla produzione alimentare industrializzata a discapito delle eccellenze, qual è la tua interpretazione del destino gastronomico italiano?

 

Sono convinta che l’Italia potrebbe vivere di turismo, solo grazie all’arte, alla bellezza e al cibo. Queste sono le tre variabili convergenti che nessuno ci può togliere. Siamo una perla in un’ostrica, piccoli ma spettacolari, su questo dobbiamo puntare, il nostro futuro dipende solo da noi.

 

 

Licia Granello insieme a Carlo Petrini, fondatore di Slow Food.

 

 

Racconta Licia che andò in Australia nel 2000, in occasione delle Olimpiadi, le sue ultime da cronista sportiva. Ma la gastronomia l’appassionava. E dunque?

 

E dunque non mancai di visitare le eccellenze dell’enologia australiana capitando in quella che, per crasi qualità-quantità, è la più importante azienda vinicola del paese, la Penfolds. Producono sia buoni vini base sia grandi eccellenze, la loro linea di punta si chiama Grange, uno Syrah in purezza di alta qualità su fasce di prezzo paragonabili alle migliori bottiglie nazionali. Quando chiesi all’enologo quale fosse l’annata migliore quello mi rispose ridendo: “Le nostre sono tutte annate straordinarie!”. Notando poi la mia espressione interrogativa mi mostrò una cartina del continente spiegandomi come al momento opportuno venissero prelevate le migliori particelle di Syrah da tutta l’Australia. Sarebbe come a dire che per fare una bottiglia di Barolo si debba selezionare il miglior Nebbiolo dalla Spagna, dalla Grecia, dalla Svezia e da chissà dove altro… Una cosa impensabile per un vino prodotto nella zona di 11 comuni piccolissimi e in nessun altro posto al mondo. Sono due concezioni non comparabili.

 

 

Quindi la strategia vincente per l’enogastronomia nazionale è puntare tutto sulla qualità? Vini e formaggi francesi raggiungono tutto il mondo, perché l’Italia non riesce ad imporsi?

 

Il Ministero degli Esteri francese ha un reparto che si occupa esclusivamente di seguire l’apertura dei grandi alberghi nel mondo. Apre un nuovo Four Seasons a Hong Kong? Si cerca subito di avviare una collaborazione. Una filosofia completamente diversa dalla nostra. Registro un certo disinteresse politico nei confronti del primato della produzione alimentare nazionale.

 

 

La tua seconda fatica letteraria, Il gusto delle donne, tocca un altro tema a te molto caro, il rapporto tra la gastronomia e la figura femminile.

 

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Le donne hanno due caratteristiche: sono multitasking, io mi siedo a fare pipì e vedo che sulla mensola di fronte c’è un po’ di polvere; allora allungo il braccio per passare il dito e nel frattempo penso al fatto che mio marito ha di nuovo lasciato i calzini in giro e che il cane va ritirato dalla toeletta.

Tutto questo una donna lo fa, lo pensa e lo progetta nel tempo di una pipi.

L’uomo va in bagno e basta.

 

La seconda caratteristica è che le donne hanno tendenzialmente cervelli d’acciaio e cuori di panna, hanno una sensibilità diversa, probabilmente derivata dal compito che madre natura ha riservato loro: riprodurre la specie.

 

Per questo sono più sensibili a nutrire piuttosto che a stupire, una differenza che si riverbera in maniera pesante nel rapporto tra chef: gli uomini vogliono stupire, le donne… nutrire.

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Edito da Rizzoli nel 2012, ne “Il gusto delle donne” Licia Granello presenta 20 storie di grandi signore del gusto che hanno coltivato, spesso nell’ombra ma sempre con grande passione, la propria vocazione.

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Alessandro Caviglione

alessandro.caviglione@cibiexpo.it