Il latte contenente esclusivamente beta-caseina A2 darebbe indubbi vantaggi alla salute dei consumatori, ma alcuni aspetti devono ancora essere approfonditi. Il latte, l’alimento insostituibile per un neonato, viene apprezzato anche da moltissimi adulti per le peculiari proprietà nutritive e per il costo contenuto. Per molti di noi però rimane spesso un ricordo d’infanzia, abbandonato negli anni a causa di gonfiori, digestione lenta e un generale senso di pesantezza.

Spesso la motivazione di una cattiva digestione del latte è indicata nella intolleranza al lattosio; tuttavia, una crescente mole di studi scientifici suggerisce che uno dei colpevoli potrebbe non risiedere nel lattosio, ma derivare da una delle proteine principali del latte, la beta-caseina A1 e la sua capacità di liberare nell’intestino una molecola dal comportamento quasi “farmacologico”, detta beta-casomorfina-7 (BCM-7). Questa scoperta ha portato alla ribalta il cosiddetto latte A2, dalla variante A2 della beta-caseina, non destinata a rilasciare BCM-7, e che rappresenta un ritorno alle origini genetiche del latte vaccino.
Le sue caratteristiche positive sono spesso esaltate, ma funziona davvero? E quali sono i limiti di questa “nuova” frontiera lattiero-casearia?
Per comprendere il fenomeno, dobbiamo guardare al DNA delle bovine. Nel corso dei millenni, una mutazione naturale nelle razze europee ha portato alla comparsa di una variante della beta-caseina (proteina che costituisce circa il 30% delle proteine totali del latte) chiamata A1. La differenza tra il latte tradizionale (che chiameremo A1/A2 in quanto “ibrido” tra le due varianti) e quello A2 è minima a livello chimico, ma significativa a livello funzionale. Quando beviamo latte “normale”, gli enzimi digestivi tagliano la catena proteica A1, producendo un peptide (una breve sequenza di amminoacidi) chiamato, come detto, BCM-7. La variante A2, invece, resiste maggiormente agli enzimi gastrointestinali e solitamente non permette la liberazione di questo frammento. La BCM-7 rilasciata dal latte A1 è un agonista dei cosiddetti recettori μ-oppioidi. In pratica, agisce come un blando oppiaceo sull’intestino, riducendo la peristalsi intestinale. Questo rallentamento è la causa fisiologica della sensazione di gonfiore che molti associano direttamente al latte.
Studi clinici hanno evidenziato che il consumo di latte A2, privo di BCM-7, riduce significativamente i tempi di transito intestinale e i sintomi riconducibili a enterite rispetto al latte convenzionale. Molti soggetti che si auto-diagnosticano come intolleranti al lattosio, in realtà, potrebbero reagire alla beta-caseina A1. Uno studio registrato sul database clinico NIH (NCT04468880, reperibile sul sito ClinicalTrials.gov) ha evidenziato che, in individui sensibili al latte vaccino, il passaggio al latte A2 ha migliorato significativamente il comfort digestivo, riducendo gonfiore e borborigmi (i classici “borbottii”). Il latte A2, quindi, offre una soluzione a chi ha rinunciato al latte per disturbi funzionali, pur non essendo adatto a chi soffre di allergia accertata alle proteine del latte.
Il consumo prolungato di latte A1 sarebbe associato a marcatori infiammatori più elevati. Al contrario, il latte A2 sembra generare una risposta infiammatoria minore nell’organismo, sebbene siano necessari ulteriori studi per confermare gli effetti a lungo termine su patologie croniche, come quelle neurologiche o cardiovascolari.
Nonostante i benefici, il movimento a favore del latte A2 non è esente da critiche e limiti oggettivi. Il latte A2 non è una panacea: revisioni sistematiche della letteratura pubblicata (tecniche di Meta-analisi) hanno concluso che, sebbene riduca i disturbi gastrointestinali, non sussistono prove sufficienti per affermare che prevenga malattie neurologiche, diabete o patologie cardiovascolari. I ricercatori invitano alla cautela, sottolineando che l’attuale marketing a volte supera l’evidenza scientifica. Il latte A2 avrebbe, inoltre, una peggiore attitudine alla coagulazione e, di conseguenza, sulla caseificazione, con cagliate meno compatte e con minore resa. Inoltre, non si ottiene con un processo post-produzione, ma con una rigorosa selezione genetica delle vacche e la separazione delle mandrie. Questo processo di filiera controllata aumenta inevitabilmente i costi di produzione, rendendolo sensibilmente più caro del latte tradizionale.
Il latte A2 rappresenta perciò un significativo passo avanti nella nutrizione personalizzata. Per il consumatore che soffre di disturbi digestivi funzionali, con esclusione di allergie o intolleranza al lattosio, rappresenta una valida alternativa per tornare a bere latte senza disagi. Tuttavia, non è un “superfood” miracoloso: le sue virtù accertate sono prevalentemente volte al miglioramento del comfort intestinale, mentre gli effetti su altre patologie, e sul processo di caseificazione, restano ancora da dimostrare.
Massimo Faustini
Università degli Studi di Milano
Dip. DIVAS
