LA VARIANTE UMANA DELLA BIRRA

Succede da qualche anno a questa parte che si tenda ad associare un prodotto di largo consumo con la faccia (letteralmente) del titolare di questa o di quell’azienda: pastifici, mobilifici, banche…
Tra tutte queste facce da produttori, ce n’è stata una che più di altre si è fatta notare –  anche se in realtà non era quella del titolare – per l’imponenza dei suoi baffoni, sempre sapientemente bagnati dalla bianca e pannosa schiuma della birra che copiosamente usciva dal boccale tenuto in mano.

 

 

 

 

Quell’omone vestito di verde ci trasmette da anni l’immagine rassicurante di un bevitore di birra, bonario e pacioso, restituendo alla bevanda una dimensione casalinga, di ‘fatta in casa’. Ora, sappiamo che non è esattamente così: quel marchio di birra è saldamente nelle mani di uno dei più grandi gruppi internazionali del pianeta Terra.

 

La birra artigianale, invece, oltre ai grandi pregi che la contraddistinguono, ne ha uno in particolare che la rappresenta appieno: la riconoscibilità.

E qui non stiamo trattando di filiera o di tracciabilità ma di quella che mi piace definire “la variante umana della birra”. Dietro a ogni birra artigianale c’è il suo birraio, lo puoi conoscere, ci puoi parlare. Ne puoi sentire la storia, le preferenze, il percorso che l’ha portato a produrre la tua adorata saison o una superba weizen.

 

 

Tante storie, un’unica passione

 

Marco Drago, nel libro Baladin. La birra artigianale è tutta colpa di Teo (2013, Feltrinelli) ci racconta la storia di Teo Musso, il birraio che ha costruito il suo feudo Baladin malgrado venisse da una famiglia delle Langhe, dove si producono baroli, non certo witbier o belgian strong ale.

Teo ha unito la spregiudicatezza dei giovani e la curiosità dell’imprenditore in nuce e se n’è andato in Belgio per imparare come fanno la birra da quelle parti; poi è tornato in Italia e se l’è prodotta al suo paese, Piozzo, nel Cuneese. Oggi credo possa orgogliosamente dire di aver vinto la sua personale scommessa.

 

 

Un’immagine di gruppo con Teo Musso (secondo da sinistra) fondatore di Baladin.

 

 

Nel libro La Via della Birra (2011, Aliberti), in cui figuro tra gli autori, abbiamo raccontato le storie di oltre una trentina di mastri birrai sparsi qua e là lungo lo Stivale e le sue isole, scoprendo che la passione per la grande schiuma ha trasformato ingegneri, esperti editoriali, contadini, architetti, financo biologi e chimici in adepti della fermentazione, esperti della maltatura, fini conoscitori di luppoli: in due parole, in Mastri birrai.

 

Fra questi potremmo citare qualche eccellenza, come l’ingegnere Nicola Perra che a Maracalagonis (CA) ha creato il Birrificio Barley e – fra le altre –  le sue meravigliose birre alla sapa (uno sciroppo d’uva che si ottiene dal mosto di uva bianca o rossa) di vitigni della sua Sardegna come il Cannonau, il Nasco e la Malvasia: birre premiate nei più importanti contest a livello internazionale.

 

Oppure il dottor Bruno Carilli, socio di Toccalmatto, che dopo una lunga militanza come super manager in aziende di mezza Europa decide finalmente di affidare le sue preziose esperienze e conoscenze al fervente mondo brassicolo artigianale italiano. Naturalmente facendo a modo suo, plasmando e trasformando gli stili a sua immagine e somiglianza, un misto di rock e jazz.

 

Stephen Steve Dawson (nella foto in basso), inglese di Brighton, produce invece dal 2006 la sua birra sugli appennini modenesi, in una frazione della già piccola Guiglia, a pochi chilometri dalla più nota Zocca, terra natale di Vasco Rossi.

 

 

 

 

Lui, che si è sempre occupato di editoria, non ha resistito all’atavico richiamo e ha deciso con Kelly, sua moglie, americana, di allestire il primo impianto in una piccola casa di pietra per poi acquistare un caseificio dismesso e aumentare la sua capacità produttiva. Potremmo definirlo il lieto fine di una favola, no?

 

Chi della birra ha fatto una vera e propria ragione di vita – letteralmente – sono Michele Clementel e sua moglie Roberta, veterinario lui e biologa lei.

Dopo qualche anno passato ognuno a lavorare nel proprio specifico settore, hanno deciso di rivoluzionare la loro vita (e quella di qualcun altro) mettendo a disposizione la casa di Crevalcore (BO) per ospitare un’azienda agricola e zootecnica dove far lavorare ragazzi diversamente abili, affetti da patologie psichiatriche. Poco dopo, al fine di migliorare la produttività di FattoriAbilità, hanno deciso di allestire il piccolissimo birrificio Vecchia Orsa che oggi, dopo il sisma del 2012, dispone di un nuovo, più grande e più moderno impianto a San Giovanni in Persiceto (BO).

Passate di là, se potete: le loro birre ottengono premi nei più importanti contest nazionali e una chiacchierata con Michele – che io amo definire “l’Oliver Sacks dei birrai” – è sempre un bell’ascoltare.

 

 

Daniele Risi del Birrificio Vecchia Orsa.

 

 

Si potrebbe continuare a lungo, ma credo si sia capito quanto di suggestivo e per certi versi epico ci sia anche dietro – oltre che dentro –  la birra artigianale italiana, la birra ad alto tasso di creatività.

 

 Luca Grandi

luca.grandi1@gmail.com