LA TRANSUMANZA

La transumanza è dunque da qualche settimana patrimonio culturale immateriale dell’umanità.  Nel 2013 la Dieta Mediterranea è stata il primo elemento al mondo a carattere alimentare iscritto nella prestigiosa lista; nel 2014 è arrivato il riconoscimento della Coltivazione della vite ad alberello di Pantelleria; nel 2017 è stata la volta dell’Arte del “pizzaiuolo” napoletano; nel 2018 dell’Arte dei muretti a secco; nel 2019 appunto la Transumanza.

 

 

 

 

La candidatura, avanzata nel marzo 2018 dall’Italia come capofila insieme alla Grecia e all’Austria, ha valorizzato una tradizione sopravvissuta, a dispetto di tutte le difficoltà, grazie al fondamentale apporto delle famiglie dei pastori che hanno tenacemente contrastato il drammatico spopolamento delle aree rurali.

 

Particolarmente soddisfatto il ministro dell’Ambiente Sergio Costa che dice: “… la pratica della transumanza, rispettosa del benessere animale e dei ritmi delle stagioni, è un esempio straordinario di approccio sostenibile… e ha contribuito in modo significativo a modellare il paesaggio naturalistico”.

 

 

L’alternanza dei pascoli

 

La migrazione stagionale delle greggi, delle mandrie e dei pastori, che si spostano in zone più fresche d’estate e più calde d’inverno, è un viaggio che dura giorni, con soste in luoghi prestabiliti, le cosiddette “stazioni di posta”.

 

È un’usanza millenaria, che risale alla preistoria, caratteristica di molte regioni nel mondo, ma con un particolare rilievo nell’area mediterranea. L’uso alternato di pascoli estivi di montagna e invernali di pianura era – e in parte è ancora – praticato, oltre che in Italia, nella Penisola iberica e nei Balcani.

 

Nel nostro Paese le transumanze più significative, quelle ovine, si svolgevano nel Centro e nel Sud, dove sono localizzati i Regi Tratturi, una rete di circa 3.100 chilometri di sentieri che si estende principalmente tra Abruzzo, Molise, Umbria, Basilicata, Campania e Puglia.

 

Il Cammino della Transumanza o Via dei Tratturi è costituito dal reticolo di questi sentieri erbosi, larghi originariamente circa 111 metri, nati proprio grazie al passaggio secolare degli armenti. Pastori transumanti sono ancora in attività, oltre che nel centro-sud, anche nell’area alpina, in particolare in Lombardia e nel Val Senales in Alto Adige.

 

 

Vita da pecora

 

Le pecore vivono per la maggior parte dell’anno in pianura o in bassa collina, dove però nel periodo estivo c’è poco foraggio. Proprio per questo motivo si rende necessario spostare le greggi in zone montane più fresche e ricche di pascoli. Il trasferimento, per il quale oggi si utilizzano spesso veicoli a motore, avveniva appunto con la “transumanza”, costituita da marce anche di centinaia di chilometri attraverso tragitti ben definiti nel corso dei secoli. In autunno si affrontava il percorso inverso.

 

Le pecore vivono una vita difficile. Sono animali molto miti, soggetti all’attacco dei predatori. Le difendono i pastori e i cani che devono stare sempre all’erta. Anche la possibilità di contrarre malattie infettive è molto elevata, e nel passato le possibilità di prevenirle e curarle erano scarse. Solo nella seconda metà del secolo scorso sono stati introdotti nell’allevamento ovino vaccini e farmaci efficaci. Al momento quindi le pecore godono di ottime condizioni di salute e forniscono carne e latte sani e sicuri.

 

l cicli vitali delle femmine sono legati alla capacità di produrre latte. Buone rese ne garantiscono la sopravvivenza. Quando le produzioni calano, finiscono in macelleria e vengono rimpiazzate da animali giovani. Ancora più precaria la vita dei maschi, programmati per nascere in prossimità delle feste pasquali ed essere sacrificati a circa un mese di vita. I migliori sono utilizzati per la riproduzione

 

Ma anche la vita del pastore è decisamente dura: a stretto contatto con le pecore, deve seguirle, accudirle, proteggerle e mungerle. Deve occuparsi della caseificazione del latte e, due volte l’anno, della tosatura.

 

In più, la transumanza lo costringe a separarsi per qualche mese dalla famiglia. I suoi sacrifici hanno però permesso di utilizzare al meglio le risorse ambientali e di ottenere delle buone produzioni zootecniche. Ciò nonostante, in 10 anni il numero di capi allevati in Italia è notevolmente calato. Il lavoro è stato in gran parte abbandonato negli anni ’60 del secolo scorso.

 

Oggi i giovani che praticano la pastorizia sono pochissimi. E, a parte i mezzi di trasporto spesso ora diversi, seguono l’esempio dei loro antenati, conservando usi e valori antichissimi: la pecora chiede oggi come allora di poter pascolare libera in un’area vasta.

 

Il calo della transumanza ha segnato profondamente la storia delle vallate alpine. Il territorio, non più usato per il pascolo ma prevalentemente destinato a piste da sci, ha pagato un tributo ambientale pesante. Il bosco sta avanzando a scapito dei terreni dissodati nell’arco di secoli dai nostri antenati, a prezzo di enormi sacrifici.

 

Paola Chessa Pietroboni

direzione@cibiexpo.it