LA SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE IN UN SACCHETTO

Uva da tavola e pesca di Leonforte: quando un sacchetto di carta accomuna due storie lontane e ne decreta il successo.

Spesso le migliori scoperte passano per le vie più semplici. In effetti, se oggi si deve andare verso la sostenibilità ambientale, c’è molto da rivoluzionare: parliamo, per esempio, dell’uso del sacchetto di carta e del suo risultato. Vi proponiamo un viaggio a ritroso, dalle scoperte di oggi alle intuizioni di ieri.

 

 

O.P. Agritalia, un’organizzazione di produttori ortofrutticoli di Puglia, Basilicata e Sicilia, ha avviato un progetto di ricerca e sviluppo per la creazione di uva da tavola a residuo zero con l’obiettivo di coltivare nel rispetto dell’ambiente e, quindi, anche in regime biologico. Racconta di impiegare strumenti agronomici avanzati per ridurre l’uso di fitosanitari e di utilizzare prodotti di sintesi interamente degradabili. Ma non solo; grande importanza è data alla ricerca, considerata un fattore strategico su cui investire. Il progetto, iniziato nel 2017 con un piccolo campo sperimentale, riguarda la coltivazione dell’uva da tavola e ha coinvolto l’Università di Foggia che ne ha seguito tutta l’evoluzione, dalla misurazione di parametri fisico-chimici alla valutazione delle qualità organolettiche dell’uva.

Si è adottato il cosiddetto metodo di allevamento a tendone. Si tratta di una tipicità della viticoltura del Sud Italia. I capi a frutto vengono distesi orizzontalmente rispetto al terreno su un’impalcatura di fili metallici su cui cresce la parte fogliare, al di sotto della quale resta protetto il frutto. Sopra al tendone viene poi posato un telo plastificato, che ha lo scopo di riparare la vite dagli eventi atmosferici. Ma il progetto di ricerca sta nel fatto che poi ogni grappolo viene insacchettato. Risultato? L’uva cresce in una sorta di ambiente asettico dove rimane protetta da funghi e insetti.

Coltivare uva da tavola all’interno di sacchetti di carta se da un lato pone le basi per un buon progetto di sostenibilità, dall’altro comporta un aggravio dei costi per la manodopera necessaria a insacchettare ogni grappolo. Tuttavia, grazie a questa protezione, il frutto può essere staccato più maturo, più vicino dal punto di vista temporale al momento della vendita, e questo implica minori costi di stoccaggio nelle celle frigorifere. Il che si porta dietro un ulteriore beneficio ambientale ma anche un importante plus per il profilo organolettico.

Un altro esempio è la pesca di Leonforte IGP, raccontata dall’Azienda Samperi.

Come anticipato, non si parla solo di ricerca e sviluppo ma anche di intuizioni che, non a caso, giocano sempre un ruolo importante in molte scoperte. È questo il caso della pesca di Leonforte, che nasce in provincia di Enna e che deve la sua fortuna al fatto di crescere e maturare all’interno di un involucro di carta.

È nota come ‘pesca nel sacchetto’, riconosciuta dell’UE e dichiarata anche Presidio Slow Food. Nella fattispecie si tratta di una percoca, importata probabilmente molti anni fa dalla Campania, che si distingue per alcune caratteristiche particolari: è molto soda e si presta alla conservazione; da qui il suo mercato di vendita più importante come pesca sciroppata. L’altra peculiarità è quella di avere una maturazione tardiva rispetto a tutte le altre pesche: inizia ad agosto e dura fino a ottobre. Proprio queste prerogative sono state complici della sua espansione, spesso a scapito degli agrumeti.

Ma deve in qualche modo la sua fortuna anche all’intuizione dell’insacchettamento, avventura che inizia già intorno agli anni ’60, periodo in cui la Sicilia non godeva di un importante sviluppo economico e, quindi, nemmeno della presenza dei noti fitosanitari ampiamente impiegati al tempo per difendere i propri frutti da quella che a tutt’oggi può considerarsi una minaccia: la mosca mediterranea.

Dapprima s’intervenne ponendo un grande sacchetto su tutto il ramo;) ma ciò non poteva essere compatibile con la maturazione scalare di tutte le sue pesche. L’intuizione giusta è stata quella di impacchettare i frutti a uno a uno. A tal fine viene utilizzato un sacchetto di carta pergamenata, di colore bianco semitrasparente con una leggera ceratura esterna che lascia passare la luce e permette di controllare la maturazione del frutto, ed è dotato di un’estremità bucata per far uscire l’acqua che dovesse entrare all’interno con la pioggia. Ogni involucro è poi legato al ramo con un filo di ferro applicato a mano.

Il beneficio pare indubbio: permette di lasciar maturare il frutto attaccato alla pianta il tempo necessario a raggiungere la naturale dolcezza e bontà. Senza essere aggredito dalla mosca, da funghi o altri patogeni. Ma, soprattutto, viene evitato l’abuso di pesticidi.

Che il futuro della frutta biologica possa essere in un sacchetto di carta, almeno per le piccole produzioni? Al tempo l’ardua sentenza.

Elisa Alciati

elisa.alciati@cibiexpo.it

 

 

 

 

 

 

 

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