LA PLASTICA CHE INVOLONTARIAMENTE MANGIAMO

Secondo un’analisi commissionata dal WWF e realizzata dall’Università di Newcastle, in Australia, nel nostro stomaco ne finiscono in media circa 5 grammi ogni settimana. È un po’ come se ogni domenica festeggiassimo mangiandoci una carta Bancomat. In realtà, la questione è seria: tutti i giorni ingeriamo senza accorgercene una quantità tutt’altro che trascurabile di “microplastiche”, particelle grandi al massimo 5 millimetri, considerate oggi un vero e proprio allarme in tema di contaminanti ambientali.

 

 

I dati in effetti sono preoccupanti: uno studio della University of Victoria (in Canada), pubblicato su Environmental Science & Technology, stima che ogni persona ingerisca addirittura da 39.000 a 52.000 microplastiche l’anno.

Da dove arrivano? In parte si formano per degradazione di rifiuti e materiali, ma vengono anche aggiunte volontariamente a prodotti come detersivi, vernici e persino scrub per la pelle. Dall’ambiente, poi, possono raggiungere in diversi modi gli alimenti e con questi finire nel nostro stomaco, così in un anno rischiamo di mangiarne più di due etti e mezzo.

Gli studi sugli effetti delle microplastiche sul nostro organismo sono in corso, ma i dati finora emersi sono tutt’altro che rassicuranti. Secondo una nuova ricerca dell’University Medical Center (UMC) di Utrecht, nei Paesi Bassi, possono danneggiare la salute accelerando la morte delle cellule del sistema immunitario. Gli scienziati hanno osservato che, in alcune condizioni, le nostre cellule di difesa si sbagliano e scambiano le particelle di plastica per germi pericolosi, così le incapsulano per neutralizzarle e dopo poco muoiono: un sacrificio inutile che indebolisce le nostre difese e che potrebbe favorire l’insorgere di una infiammazione.

Un altro motivo di preoccupazione viene dal fatto che le microplastiche potrebbero veicolare nel nostro organismo sostanze chimiche pericolose usate nella loro produzione (per esempio, ftalati e bisfenolo A) e anche contaminanti ambientali che si possono depositare su di loro ed essere assorbiti durante l’uso o il permanere nell’ambiente.

Infine, ci sono batteri e germi nocivi che trovano proprio nella plastica un habitat ideale per vivere e che quindi possono, attraverso le microplastiche, entrare nel nostro corpo come ospiti tutt’altro che desiderati.

Ma in quali alimenti se ne trovano le maggiori quantità? C’è da dire che non è facile evitarle: la plastica persiste nell’ambiente per tempi lunghissimi e le rilevazioni eseguite indicano come le microplastiche siano ormai presenti dappertutto, sia nel terreno sia nell’acqua, al punto che quantità elevate sono state trovate persino nei ghiacci dell’Artico. È proprio la presenza nelle acque marine (anche quelle del Mediterraneo) a preoccupare maggiormente, perché i pesci le ingeriscono facilmente, senza accorgersene oppure scambiandole per cibo o prede. Merluzzi, sugarelli, sardine, triglie, spigole… sono molte le specie nelle quali si trovano frequentemente microplastiche: una ricerca condotta dall’Università Politecnica delle Marche, da Greenpeace e dall’Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova ha evidenziato che il 25-30% dei pesci e degli invertebrati analizzati, provenienti dal Mar Tirreno e dall’Adriatico, ne conteneva. Nei pesci le particelle di plastica si raccolgono soprattutto nel tratto gastrointestinale, così i rischi maggiori si corrono con le specie piccole che non vengono eviscerate prima di consumarle, ma ancora più pericolosi sembrano essere i molluschi a conchiglia, come le cozze, che traggono il nutrimento filtrando l’acqua e che quindi possono accumularne al loro interno una quantità elevata.

Anche il sale se ne è rivelato una fonte importante, in particolare quello “integrale” che spesso si consuma pensando sia più sano, così come quantità significative si sono rilevate anche nello zucchero e nel miele…

A questo punto viene da chiedersi cosa possiamo fare. È chiaro che quello delle microplastiche è un problema mondiale che affonda le radici in un’unica causa: l’eccessiva produzione e l’esagerato uso della plastica. Non possiamo certo smettere di mangiare per evitare di ingerirla, ma possiamo certamente fare in modo che il problema con il tempo si ridimensioni… Rimuovere le microplastiche che già sono disperse nell’ambiente è impossibile, ma si può impedire che continuino a formarsene, e devono essere prima di tutto i Governi e le imprese a dimostrare senso di responsabilità con provvedimenti davvero incisivi. Per esempio, vietandone l’aggiunta volontaria ai prodotti (primi tra tutti, i cosmetici e i detersivi, ma anche ad alcune sostanze utilizzate per l’agricoltura). Può fare molto però anche ciascuno di noi nel suo piccolo, semplicemente attuando in modo efficiente il riciclo ed evitando l’utilizzo della plastica ogni volta che si può. Ne vale davvero la pena…

 

Giorgio Donegani

Tecnologo alimentare

www.giorgiodonegani.it