LA NATURA È CHIMICA

Perché abbiamo così timore della parola chimica e del mondo che sottende, se poi, proprio quando abbiamo paura, è la cosa a cui ci affidiamo? Ne ho parlato con Antonio Pascale, giornalista e scrittore nato a Napoli, trasferitosi nel 1989 a Roma dove ha lavorato come ispettore del Ministero delle Politiche Agricole. Collaboratore di vari blog, è autore di diversi saggi tra i quali Pane e pace. Il cibo, il progresso, il sapere nostalgico (2012).

 

 

 

 

A pochi piacciono le formule chimiche.

 

Tentiamo di allontanare una disciplina di cui si ricorda poco e che causa mal di testa. Eppure, la chimica è vita. Il sale da cucina per esempio, NaCl, è formato da Sodio e Cloro, due elementi che presi separatamente possono dare problemi, ma messi insieme sono, appunto, il sale della vita. La chimica serve a questo: prendere due sostanze pericolose e trasformarle in una benefica. Studiare la chimica è affascinante ma richiede impegno. Poi due o tre disastri chimici li abbiamo vissuti e i chimici si danno poco da fare per spiegare quello che accade nei laboratori. Tutto questo ci fa preferire (a torto) la parola “naturale”.

 

 

Ci tranquillizza pensare che il male sia creato chimicamente e l’antidoto sia naturale, ma la realtà ci dice che succede spesso l’esatto contrario… Che dici?

 

Se andate ora per campi, notate delle piante erbacee con infiorescenza a ombrello; tra queste ci sono la cicuta e la ferula, fortemente velenose. Non fatevi decotti, dubito che si possano bere e poi sostenerne gli effetti con lo stesso contegno di Socrate. I sintomi sono strazianti. La chimica serve a studiare la natura, a limitarne gli effetti dannosi e a moltiplicarne i benefici. Del resto gli erboristi di una volta, a loro modo, studiavano chimica.

 

 

Ma esiste davvero la dicotomia chimica vs natura?

 

La natura, intesa come regno vegetale, produce sostanze chimiche, alcaloidi nocivi o sostanze benefiche; è il più grande, maestoso, onnipresente laboratorio chimico mai creato, ed esiste dall’apparizione della vita sulla terra. E la chimica è naturale, frutto di interazione (incontro/scontro) tra esseri viventi.  Un esempio: l’odore del cavolo. Non è altro che la risposta – sulfurea – data dalla pianta, milioni di anni fa, al primo attacco di lepidotteri. Siccome siamo parte della natura, sta a noi trarre benefici da quel grande laboratorio chimico che è la natura.

 

 

Caliamoci nel classico confronto tra tradizionale e biologico…

 

I due mondi non sono così distanti. La passione per un’agricoltura diversa, organica, è nata intorno ai primi anni ’60, quando l’industria chimica si stava imponendo e prescriveva calendari di trattamenti molto rigidi e agrofarmaci (alcuni tossici). Grazie a quella corrente di pensiero (che oggi chiamiamo bio, ma si dice organico), l’agricoltura è tanto cambiata.

 

Anche la chimica è cambiata: non c’è nessun paragone tra le prime molecole con proprietà insetticida e quelle moderne (che funzionano a bassissime dosi). E sono cambiate pure le tecniche; pensiamo all’agricoltura di precisione. Si riesce sempre di più a ottenere tanta produzione con meno input energetici: è una buona strada, e vanno studiati e testati gli strumenti che permettono di percorrerla al meglio.

 

 

 

 

L’innovazione piace a tutti, o no? Mi sembra che come sempre si apprezzino gli effetti ma si voglia far finta di non vedere come si sono ottenuti.

 

Piace a tutti sì, ma in alcuni campi meno. Se è chiaro che tutti noi preferiamo farci operare da un dentista moderno rispetto a uno degli anni ’40, in agricoltura desideriamo invece il passato: il cibo è sacro e sentimentale; desideriamo le nonne e le loro ricette. Però è compito di noi nipoti prendere il testimone dal passato e portarlo più avanti (dopo aver verificato che i passaggi siano quelli giusti).

 

 

Hai seguito qualche progetto innovativo in campo agricolo che merita di essere raccontato?

 

Le biotecnologie. Alcune fanno miracoli. Prendi ad esempio la vite, pianta dal ciclo lungo, che si stima richieda più della metà di tutti gli agrofarmaci usati in campagna. Il problema della peronospora (malattia responsabile ogni anno di gravi danni in Italia e nel mondo) è forse per la prima volta realmente fronteggiabile, grazie alla tecnologia CRISPR/Cas9, che modifica semplicemente la sequenza del DNA, rendendo ad esempio un singolo gene adatto a riconoscere (e quindi bloccare) un determinato patogeno.

 

Un piccolo passo per i genetisti, un grande passo per la sostenibilità: il vero bio è “biotecnologico” e sta a noi divulgatori, genetisti, scienziati, raccontare queste nuove tecniche con umiltà portando alla luce i benefici (i costi in questo caso sono così bassi da essere irrilevanti).

 

 

In questi anni ho visto nascere e affermarsi progetti di ricerca e realtà produttive estremamente interessanti. Come vedi tu l’agroalimentare italiano?

 

C’è poco da dire: è ottimo. Standard di sicurezza elevati e qualità. Alla base ci sono tanto impegno e creatività. Con qualche problema strutturale che andrebbe affrontato e risolto: le fabbriche spesso sono piccole e frammentate (dunque si alzano i costi) e molti agricoltori sono anziani e poco propensi all’innovazione…

 

Marta Pietroboni

marta.pietroboni@cibiexpo.it