Storica della Resistenza, docente di Storia contemporanea e fonti audiovisive presso l’Università telematica Mercatorum, è specializzata in crimini di guerra e prigionia.
Isabella, membro del comitato scientifico della trasmissione “Passato e Presente” in onda su Rai Storia, è autrice di numerosi testi: il suo ultimo libro, La prigionia alleata in Italia, 1940-1943, edizioni Viella, è stato presentato a maggio anche al Salone Internazionale del Libro di Torino dove l’autrice ha preso parte a un dibattito sui temi delle guerre, delle narrazioni e della Resistenza.

Com’è nato il suo interesse per la storia?
È una passione di famiglia, qualcosa che fa parte di me da sempre. Sono nata e cresciuta a Napoli e i miei genitori portavano me e i miei fratelli in gita a Pompei, a Ercolano. Ricordo bene le visite e i racconti fatti da mio padre in quelle occasioni. Poi mi sono iscritta a Lettere all’Università degli Studi di Napoli Federico II, con l’idea di fare la giornalista. Stavo per chiedere la tesi in Storia del Teatro, che mi appassionava, quando l’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, andò a Cefalonia per la commemorazione delle vittime dell’eccidio. In casa si commentò la notizia dicendo: “c’era anche il nonno”. Lui era sopravvissuto, ma io non ho avuto la fortuna di conoscerlo e di ascoltare i suoi ricordi. Per me si aprì un mondo: volevo sapere, conoscere i fatti, ricostruire i pezzi del nostro racconto familiare nella storia collettiva. Da quel momento, la mia vita cambiò direzione. Cominciai a fare ricerca, iniziò la mia collaborazione con l’Istituto Campano per la Storia della Resistenza di Napoli. La strada era aperta.
Che cosa è rimasto oggi della Resistenza?
La sua eredità è ancora forte, per fortuna. Prima di tutto, perché abbiamo la democrazia: altrimenti non sarebbe stato possibile preservarne gli ideali. Da un punto di vista storico, nulla è paragonabile: la storia non si ripete. Ma certamente troviamo un lascito di quegli anni nei valori di oggi, nella vita sociale e morale. Penso, per esempio, a chi salva le vite in mare. Ecco, secondo me quello è un modo di resistere. Mi viene in mente anche il volontariato, che è fare politica, una maniera per partecipare attivamente alla vita, così come andare a votare.
Isabella, lei è anche mamma.
Si, ho una figlia che si chiama Clio, come la Musa della Storia, e ha 5 anni e mezzo. Dico sempre che quello del genitore è il lavoro più difficile e il più bello tra quelli che faccio. Ho già cominciato a raccontare alla mia bambina un po’ di episodi storici, così come i miei genitori hanno fatto con me. Conosce i partigiani, li identifica con i “buoni”, ma non ha ancora individuato i “cattivi”. Alla sua età il mondo è diviso appunto in bene e male. Finora non le ho parlato dei temi più complessi, come ad esempio la Shoah. Sto pensando a come affrontarli, a quali parole usare; lei ha tutta la giusta curiosità tipica della sua età e mi fa domande anche molto difficili, a volte più di quelle che mi vengono rivolte in trasmissione, glielo dico sempre!
Come concilia la vita professionale con quella familiare?
Confesso, con difficoltà. Mio marito è un padre molto presente e io cerco di tornare sempre a casa la sera, anche a costo di affrontare lunghi viaggi e molti chilometri. A settembre la nostra bimba andrà in prima elementare e io voglio esserci e accompagnarla a scuola la mattina. È cresciuta con l’idea che la sua mamma lavora, che tutti lavorano. Si fa e si deve fare. Ognuno per la sua parte. Crediamo molto in questo postulato e cominciamo a coltivare in lei alcune piccole responsabilità.
E, a proposito della mia professione, ci tengo ad aggiungere che sono molto fortunata perché mi occupo di quello che mi interessa. Mi è costato molti sacrifici ma, senza dubbio, poter intraprendere un mestiere che appassiona è un grande privilegio.
Cosa la incuriosisce oltre la storia e cosa le piace fare quando non lavora?
Amo leggere. Non solo saggi, o pubblicazioni storiche, ma anche romanzi. Purtroppo, il tempo per la lettura di piacere spesso manca. Ne approfitto d’estate o in qualche momento di vacanza. E poi mi piace la buona cucina. Adoro la pasta con il ragù, sia napoletano sia bolognese. Vengo da una famiglia che ha unito a tavola, con grande creatività, la tradizione partenopea di mio padre a quella di mia madre che invece è nata a Trieste e cresciuta a Bolzano. E, a proposito di cibo, posso dire che questo è anche un filo rosso nel mio lavoro di ricercatrice. Io sono specializzata in crimini di guerra e prigionia. Spesso, quello dell’alimentazione è uno dei parametri più importanti attraverso cui studiare la condizione dei detenuti. Il cibo unisce. E crea un legame inevitabile anche tra le sentinelle e i prigionieri. È prezioso per la ricostruzione storica osservare che cosa venisse, o non venisse, dato da mangiare alle persone private della libertà, quali fossero le differenze nel modo in cui erano alimentati i soldati addetti alla vigilanza e i carcerati.
Lucia Massarotti
