INULINA DAI CARCIOFI

inulina e carciofi

Le radici delle piante di carciofo sono ricche d’inulina, un carboidrato non digeribile dagli enzimi prodotti dal corpo umano.

 

 

Una delle colture orticole più importanti della Puglia è quella del carciofo. Le sue radici sono uno scarto da valorizzare, perché possono fornire fino a 200 grammi di inulina – un polimero del fruttosio – per chilogrammo. Ne ho parlato con Pietro Santamaria, professore ordinario del Dipartimento di Scienze agro-ambientali e territoriali dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e prezioso punto di riferimento di CiBi.

 

Le radici dei carciofi sono passate da scarto a risorsa?

Sì, perché sono un buon contenitore di inulina, uno zucchero che si comporta come una fibra, con i vantaggi delle fibre e senza i difetti degli zuccheri. Molto utilizzata nell’industria alimentare in qualità di addensante – si aggiunge per esempio alle zuppe – si sostituisce anche al burro nelle aziende dolciarie. Come materiale di partenza da cui estrarre l’inulina il più delle volte viene però utilizzata la radice della cicoria.

La cicoria è della stessa famiglia del carciofo?

Sì, fa parte delle Asteracee, un’ampia famiglia di piante e ortaggi, la più numerosa perché comprende circa il 10% di tutte le specie da fiore conosciute. Torniamo al carciofo, che ha una buona dotazione di inulina in tutte le sue parti, ma soprattutto nelle radici. Allora, qual è stata la nostra intuizione? Stiamo parlando di una specie pluriennale; cioè, la medesima pianta può essere coltivata per più anni nello stesso appezzamento. Però, così facendo, si va incontro a problemi di stanchezza del terreno: i patogeni diventano più aggressivi. Da alcuni anni c’è la possibilità di utilizzare degli ibridi F1 che vengono coltivati come specie annuale e, quindi, possono essere inseriti in una normale rotazione colturale.

 

Cosa sono gli F1?

Sono degli incroci tra due genotipi che si caratterizzano per l’eterosi, che è l’esplosione di vigore della progenie. Questi ibridi sono molto rigogliosi e molto produttivi, e ogni anno possono essere coltivati partendo dal seme, in effetti un achenio, cioè un frutto secco. Nel momento in cui si conclude il ciclo colturale di quest’ibrido, bisogna eliminare le radici che sono piuttosto voluminose. La nostra intuizione è stata, verificato il ricco contenuto di inulina, di proporre all’industria di estrarla. Le aziende hanno apprezzato l’idea; speriamo che in futuro, soprattutto quando la coltivazione di questi ibridi diventerà quella prevalente, ci si dedichino.

Paola Chessa Pietroboni

direzione@cibiexpo.it

 

 

 

 

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