VITA, MORTE E MIRACOLI DEL TARTUFO DEL PENICE

Bianco o nero, senza sfumature di grigio.  C’è una zona benedetta per il tartufo in Italia e i “Coltivatori di emozioni”, ideatori della piattaforma omonima, lo sanno.

Come se regnasse un segreto attorno a questo luogo, sono in pochissimi a conoscerne l’esistenza. Grazie però a un sindaco vulcanico, alla progettualità dei Coltivatori di emozioni e alla curiosità di CiBi, le cose potrebbero presto cambiare.

 

Prima di raccontarvi progetti e sogni di cui speriamo sentirete presto il profumo, vi descriviamo quello che abbiamo visto e scoperto noi, invitati in questo paradiso una mattina di metà gennaio.

 

 

 

 

Il paradiso nell’Oltrepò

 

Sul confine tra Lombardia e Piemonte, e a due passi dal Piacentino, dove l’Oltrepò Pavese inizia a trasformarsi nell’Appennino ligure, la terra dà vita, cosa più unica che rara, a tutti i tipi di tartufo: bianco (Tuber magnatum) il più ricercato, bianchetto (Tuber borchii), nero dolce (Tuber melanusporum), nero invernale (Tuber brumale o anche “uncinato”), nero estivo (Tuber aestivum, o “Scorzone”).

Alle 10 di mattina, ai piedi del monte Penice, ci aspettano il sindaco di Menconico (Pavia), Paolo Bartorelli, che ci ha invitati, Franco Milanesi, un tartufaio di lunghissima esperienza e il proprietario della Cascina Cabella (in territorio alessandrino), dove mangeremo benissimo. 

Con loro partiamo alla scoperta della zona. È una giornata limpidissima, ma molto fredda. Franco è accompagnato dai suoi due lagotti femmina (cani da tartufo) e mentre camminiamo ci racconta dei preziosi tuberi.

 

«La neve è importantissima per la nascita e crescita dei tartufi. Porta le spore lentamente sotto terra. La spora è una specie di “fumo”, che penetra nell’humus e permette al futuro tartufo di attecchire. A febbraio il tubero si attacca alle radici degli alberi (pioppo bianco, nero o tremulo, salice, tiglio, carpino) e se trova l’ambiente giusto (il ph del terreno idoneo) pian piano si sviluppa.» Il nero già ad aprile, il bianco da giugno in avanti. Per il tartufo bianco anche i temporali sono fondamentali. «Cresce con quelle che noi chiamiamo le calde-fredde: quando c’è il terreno caldo e ci piove sopra. Sapete perché? Nel terreno caldo penetra il freddo e blocca, per così dire, il tartufo nascituro, che così si attacca bene. Per questo il tartufo bianco quest’anno c’è stato poco. E cresce solo in pianura. Massimo 100 metri di altitudine. Il nero invece si trova anche in montagna.»

Il momento migliore per andare a tartufi – prosegue Franco  – è la notte, dalle 3.30/4 fino alle 10 di mattina; poi il pomeriggio tardi. «Gli odori si sentono di più al buio. I cani lavorano meglio, non ci sono gli uccelli che disturbano. La cosa particolare del tartufo è che matura di colpo. Quando è pronto, si carica di gas ed “esplode” improvvisamente, liberandolo. Così i cani lo sentono al momento giusto.»  

 

 

 

In meno di mezz’ora trova 3 o 4 tartufi. Il tartufo che vale meno, impariamo, è il nero estivo. Il nero invernale, uno dei due che troviamo, è già un buon tartufo. Fissato a 1 il suo valore di mercato, il tartufo nero dolce (l’altro che troviamo, più profumato, leggermente dolce e con una pasta più scura) vale 2.5 e il bianco 10.

 

 

Un progetto per la comunità montana

Dopo pranzo il sindaco ci porta a Menconico, uno dei 19 comuni della comunità montana dell’Oltrepò Pavese. I territori montani hanno grossi problemi, ci racconta: «I terreni incolti o abbandonati sono sempre di più. La montagna, quando prova a riprodurre tipi e metodi di coltivazione della pianura, non può essere competitiva. I giovani se ne vanno. Gli anziani aumentano… Noi sindaci siamo alla ricerca di qualche soluzione per rendere questi territori ancora appetibili e un progetto che abbiamo in serbo riguarda proprio i tartufi. Il 70% dei tartufi neri della Lombardia arriva dall’Oltrepò. Il Comune dove se ne producono di più è proprio Menconico. Non credo che molti lo sappiano. Noi stiamo cercando di incentivare coltivazione e raccolta del tartufo per permettere alla gente di continuare ad abitare qui.»

 

Scesi dall’auto, ci porta subito in una tartufaia creata circa 20 anni fa da un agricoltore. Pare sia bastato mettere a dimora delle piante micorizzate (ovvero con un fungo già attaccato alle radici e con il ph perfetto del terreno) per trasformare un terreno incolto in 4 ettari ricchi di tartufi! E la manutenzione richiesta è pochissima. Attorno a ciascuna delle piante, disposte in filari, si distingue del terreno più secco: indica la presenza di tartufi neri.

 

 

 

 

Adottare i tartufi lombardi

 

Affinché questo non rimanga un esempio isolato, ma nasca un modus operandi “scientifico” che renda possibile la replicazione e magari la nascita di un vivaio, e affinché il tartufo dell’Oltrepò sia riconosciuto e valorizzato, il Comune di Menconico e i Coltivatori d’emozioni sono al lavoro e con loro, da oggi, anche noi di CiBi. A partire dal 2018, sul portale dei nostri imprenditori-sognatori sarà possibile adottare anche i tartufi lombardi.

Non perdete l’occasione di partecipare alla trasformazione di un pezzo del nostro bellissimo territorio!

 

Marta Pietroboni
marta.pietroboni@cibiexpo.it

 

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