IL RICHIAMO DEL TURISMO ENOGASTRONOMICO

Secondo la World Food Travel Association, il 50% circa di chi si sposta per piacere (i turisti leisure) ha indicato il cibo e il vino come la ragione principale di almeno uno dei viaggi fatti negli ultimi due anni. L’interesse è altissimo e nel breve periodo non ci sono segnali di un’inversione di tendenza.
Sempre più spesso questo si traduce, per esempio, nel desiderio di conoscere la cultura enogastronomica di un territorio, nell’attenzione verso le produzioni certificate e di qualità, nella voglia di imparare le ricette tipiche e di sperimentarsi in cucina. L’enogastronomia si sta dunque trasformando in un fattore che influenza il comportamento dei viaggiatori.

Ho fatto qualche domanda a Roberta Garibaldi, docente ed esperta di turismo, che ha presentato a gennaio i risultati di una sua indagine sul tema. Un rapporto ricco d’informazioni.

 

 

Autrice del Rapporto sul Turismo enogastronomico italiano 2019, Roberta Garibaldi è membro del Board of Advisors e Ambasciatore per l’Italia della World Food Travel Association, Membro del World Gastronomy Institute e di  IGCAT – Istituto Internazionale della Gastronomia, Cultura, Arte e Turismo. Fa inoltre parte del Consiglio di Presidenza della Società Italiana di Scienze del Turismo (SISTUR) e di altre importanti istituzioni del settore.

 

 

Quali sono i parametri che consentono di definire l’enogastronomia un’esperienza culturale?

 

Ormai è una convinzione condivisa. L’Agenzia specializzata delle Nazioni Unite per il Turismo (UNWTO – United Nations World Tourism Organization, ndr) ha inserito l’enogastronomia tra le esperienze culturali; l’UNESCO cita questo tipo di realtà all’interno del patrimonio culturale dell’umanità; gli stessi italiani dimostrano un fortissimo interesse per tutti gli elementi che collegano il tema del cibo alla storia, alla cultura, al territorio.

 

 

Come spesso capita in Italia, non promuoviamo quanto dovremmo le nostre eccellenze. Ma è utile vedere cosa fanno gli altri. Il suo Rapporto ha proposto quest’anno come best practice la realtà della California, in particolare della Napa Valley e della Sonoma Valley.

 

La Napa Valley, oltre a essere una delle principali zone di produzione vitivinicola degli Stati Uniti, è tra le mete enoturistiche più apprezzate. Le chiavi del successo sono i vini di eccellenza, il clima mite e un sistema di accoglienza ben strutturato.

Nonostante l’estensione e la produzione siano limitate, questo territorio si caratterizza per le numerose varietà di vigneti (34), oltre che per avere al suo interno 16 aree riconosciute come American Viticultural Area (AVA). Si fa grande attenzione alla preservazione di questo patrimonio, con il 90% del territorio posto sotto tutela ambientale. Il risultato è il frutto di una capacità manageriale che ha valorizzato al meglio le eccellenze vinicole strutturando un ventaglio di proposte studiate per tutti i turisti, e non solo per gli appassionati di vino.

 

 

Oggi la Napa Valley conta oltre 400 cantine, oltre 130 strutture ricettive che spaziano dai Bed & Breakfast ai Wine Hotel e 150 ristoranti, di cui 6 stellati. Il ventaglio di attrazioni dell’area è molto ampio e include degustazioni, trattamenti di benessere, musei e gallerie d’arte, percorsi di trekking e mountain byke, micro-birrifici.

 

 

Un modello da imitare!

 

Paola Chessa Pietroboni

direzione@cibiexpo.it