IL CARBON FARMING

Il Green Deal, il progetto di riforma verde dell’Unione Europea per lo sviluppo sostenibile, ha come primo obiettivo il conseguimento della neutralità climatica entro il 2050. Lo sviluppo sarà sostenibile, secondo il WWF, se riusciremo a conservare, senza depauperarli, i sistemi naturali da cui ricaviamo le nostre risorse. Contestualmente è necessario limitare il riscaldamento globale, l’innalzamento della temperatura dell’atmosfera legato all’aumento della concentrazione di anidride carbonica (CO2) e altri gas serra nell’aria.

 

 

 

 

Raggiungere la neutralità climatica significa appunto riuscire a ridurre le emissioni di carbonio. Carbon Farming vuol dire coltivazione di carbonio. Di sostenibilità e cambiamento climatico si discute molto. Dato che sono temi impegnativi, abbiamo chiesto al professor Angelo Frascarelli, docente di Economia e Politica Agraria all’Università di Perugia, di parlarcene con l’indispensabile sua competenza ma anche con la pazienza che richiede il nostro ‘analfabetismo’ in materia.

 

 

Neutralità climatica significa minori emissioni di CO2 nell’aria. Come si riducono le emissioni?

 

L’agricoltore può per esempio immagazzinare la CO2 nel terreno: per aumentare la sostanza organica nel suolo – incluso il carbonio – che oggi è molto bassa, si può fare una coltura cosiddetta da sovescio (in particolare vanno bene le leguminose), interrare i residui oppure usare il letame per concimare. Questo ‘servizio’ verrà pagato da coloro che invece emettono CO2.

 

Immaginiamo un’impresa che deve utilizzare energia per fare surgelati oppure un’industria che usa combustibili da fonti non rinnovabili: potranno esistere se compreranno certificati d’assorbimento di CO2 da chi la cattura. L’UE sta studiando le tecniche e le modalità di calcolo di questa cessione e un sistema di crediti che l’agricoltore che l’ha sequestrata può mettere a disposizione di chi invece l’ha emessa.

 

 

Ci spiega meglio come si fa a catturarla e a evitare che poi vada di nuovo via?

 

Ci sono delle tecniche di agricoltura conservativa che, riducendo al minimo la lavorazione dei terreni, contribuiscono a mantenere la sostanza organica. Se catturiamo anidride carbonica ma continuiamo ad arare, il terreno non la trattiene. Il problema non è solo mettere carbonio nel suolo ma anche evitare che quello che è stata catturato torni in circolazione.

 

Poi pensiamo a quante superfici sarebbero utili per assorbire anidride carbonica se fossero rimboschite; per esempio, terreni agricoli abbandonati o svincoli autostradali. I metodi possono essere diversi; quello che sarà interessante scoprire è come si farà la contabilità di questo carbonio, una cosa nuova che ha molte prospettive.

 

 

Sono costosi questi sistemi per l’agricoltore che li pratica?

 

Non sono costosi ma neanche convenienti. Nel senso che se io produco latte lei me lo paga, se io sequestro carbonio non mi dà un euro. È come per i beni pubblici: tutti li vogliono, ma gratuiti.

 

 

 

 

Quindi si parla di certificati d’assorbimento…

 

Bisogna comunicare alle imprese “energivore”, quelle che consumano grandi quantità di energia per alimentare la produzione, che possono esistere solo se dimostrano di compensare l’emissione di CO2 con qualcuno che l’ha catturata. Allora si crea un mercato.

 

 

Quali sono i vantaggi per la collettività?

 

Contrastare il cambiamento climatico. Se non facciamo niente, in 30 anni la temperatura aumenterà di 5°; di 2° se andiamo nella direzione dell’Accordo di Parigi. Comunque il pianeta si riscalda. Oggi il cambiamento climatico crea problemi enormi. Quindi il vantaggio per la collettività è evitare l’innalzamento della temperatura che provoca scioglimento di ghiacciai, desertificazioni, bombe d’acqua, eccessi di calore…

 

 

Secondo lei è un obiettivo credibile quello di un’Europa a impatto climatico zero?

 

Se non vogliamo morire di cambiamento climatico, sì. L’Unione Europea dovrà effettuare molte trasformazioni. Per esempio, il gasolio scomparirà, perché è insostenibile, altamente inquinante. Stiamo lasciando ai nostri figli un mondo inospitale. Dobbiamo fare qualcosa. L’Unione Europea dice che questo Green Deal richiederà 30 anni di politiche nuove per raggiungere la neutralità climatica. Attualmente lei stessa, Paola, produce cambiamento climatico. Si metta una mano sulla coscienza.

 

 

Si, la sto mettendo. Ma i singoli cos’altro possono fare?

 

Per esempio, oggi quando si fa la spesa non si controlla se un prodotto è stato ottenuto salvaguardando l’ambiente. Domani ci sarà sull’etichetta quanta CO2 ha emesso e quanta ne ha catturata. E poi tutti possiamo adottare una mobilità più sostenibile, abbassare la temperatura della casa, sopportare un po’ di caldo d’estate.

 

 

Per quanto riguarda la spesa?

 

Papa Francesco con l’Enciclica sulla cura della casa comune richiama la responsabilità del consumatore: scegliere i prodotti rispettosi dell’ambiente, ottenuti senza ricorrere al lavoro nero o minorile… È chiaro che il cittadino è tanto più responsabile quante più sono le informazioni di cui dispone; se prendo un litro di latte, non so quanta acqua o CO2 ha consumato per essere prodotto. Un domani, quando ci sarà scritto, sarà anche mia la responsabilità.

 

Paola Chessa Pietroboni

direzione@cibiexpo.it