HUGO VAU E IL MARE

La storia dell’abbraccio tra l’uomo che per primo ha surfato Big Mama, l’onda gigante di Nazaré, e le acque.

«Da piccolino, a 6 o 7 anni, ho iniziato a sentire un’attrazione molto forte per il mare. I miei genitori non capivano bene, dal momento che nessuno in famiglia era un appassionato: non c’erano velisti, pescatori, nuotatori. Si trattava di un’attrazione pura.»

 

 

Ma, attenti alla passione di Hugo, i suoi lo iscrissero presto in piscina. D’estate lo portavano in spiaggia in Algarve e, nei fine settimana invernali, a Caparica, più vicina a Lisbona. «Succedeva allora che io passassi anche 3 o 4 ore di fila in acqua, nell’oceano, freddo. A 17 anni sono riuscito a comprare la mia prima tavola da surf; allora, le tavole erano costose e il surf non ancora popolare; oggi è diverso. L’inizio della mia storia da surfista è strano: la cosa più importante per me era stare nell’acqua. I miei genitori anni prima mi avevano detto che avrebbero potuto comprami solo una tavola da bodyboard (sport di scivolamento sull’acqua, ndr). Mi andava bene lo stesso? Ho detto subito di sì, perché quello che mi interessava non era tanto surfare, quanto stare a contatto con l’oceano. Ho sempre trovato il bodyboard un bellissimo sport: si sente l’acqua, ci si rafforza».

 

Cos’è successo dopo? Anch’io adoro Caparica, il bodyboard, e quindi sono curiosissima di sapere quando e come c’è stata la svolta!

Insegnavo in una scuola, avevo poco più di vent’anni e lo trovavo un lavoro fantastico. Ero vicino al mare, avevo a che fare con i bambini e vacanze lunghe in cui potevo surfare. In quegli anni andavo meno a Caparica e più spesso a Baleal, vicino a Peniche, dove le onde erano più alte e importanti. In quel periodo è morta mia mamma, evento ovviamente tristissimo e che mi ha fatto riflettere su tutta la mia esistenza. Pensavo che, avendo tutti noi molte opportunità ma una vita sola, avrei dovuto seguire la mia passione e fare quello che più mi piaceva: passare il tempo in mare. Lavorare a scuola era bellissimo, ma decisi di cambiare totalmente: prendere la tavola da surf e trascorrere le giornate sull’oceano.

 

Come hai fatto ad affrontare questo cambiamento? Come ti mantenevi, all’inizio, quando ancora non eri famoso, senza più un lavoro tradizionale?

Facevo una vita essenziale, in una casa mobile, un caravan, in cui tenevo il mio materiale da surf e anche gli strumenti per la pesca sottomarina, un’attività complementare che mi permetteva di sostentarmi: vendevo il pesce che pescavo, i frutti di mare. Non ero una persona ricca, ma avevo una vita ricca, ahahaha

 

Tu devi allenarti per fare surf o no?

Io penso che il miglior allenamento sia stare in mare, stare nella natura. Andare in barca, fare caccia subacquea o surf sono attività molto faticose, che temprano. Chilometri e chilometri da solo, tutti i giorni, per preparare il fisico e lo spirito. Ho respirato varie volte la sensazione di essere piccolino, un punto nell’Atlantico, nell’immensità che è l’oceano.

 

È un bel messaggio “al contrario”. Adesso mi sembra che ognuno di noi faccia mille cose per avere una vita soddisfacente. Tu proponi invece di impegnarsi in un’unica cosa, che piace, capace di dare con le sue sfaccettature un senso di completezza.

Si… è difficile, eh! Quando ho iniziato questa vita, circa 20 anni fa – ora ne ho 44 – era tutto diverso. Non esistevano i telefonini, gli stimoli erano molti meno… Era totalmente differente il rapporto con il creato; oggi è in atto un processo di progressivo allontanamento degli esseri umani dalla natura, con la conseguenza che tanti ne hanno addirittura paura e non sviluppano la giusta attenzione ambientale.

 

Ecco, da questo punto di vista in che cosa consiste il tuo progetto di tutela oceanica? Che cosa hai fatto o stai facendo?

Ho cercato di passare alle persone che lavorano in mare, come i pescatori, il sentimento di amore che provo, per generare una relazione differente, improntata sul rispetto e la tutela ambientale. Ovviamente parlo dei piccoli o medi pescatori, non di realtà industriali, perché vivo nelle Azzorre. Li ho spinti a riflettere sulle quantità di rifiuti che ogni giorno buttano in acqua, invitandoli a fare invece dei sacchetti degli scarti prodotti durante le loro giornate e a portarli a riva. All’inizio mi dicevano che tanto gli scarti finivano sul fondo del mare e nessuno li vedeva, ma poi hanno capito, hanno cambiato le loro abitudini, diventando a loro volta paladini di questa nuova coscienza. Il progetto, quindi, in fondo non è altro che un tentativo di sensibilizzazione. Attività analoghe mi capita di farle con i bambini.

Mah… mi hai chiesto di tutto tranne del libro che ho scritto dedicato alla “mia” onda gigante!!

 

Hai ragione! Sto leggendo, affascinatissima, di Big Mama e della tua impresa. Sono certa che tantissimi ti conoscano per aver surfato quell’onda… e lascerei agli altri la curiosità di leggere il libro, perché il racconto merita più delle 2 pagine ora a disposizione. Trovo il tuo messaggio molto spontaneo, reale e quindi forte.

Marta Pietroboni

marta.pietroboni@cibiexpo.it

 

 

 

 

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