DJAMILA RIBERIRO

La filosofa femminista più conosciuta del Brasile. Djamila Ribeiro è una filosofa, scrittrice e attivista brasiliana, nata a Santos nel 1980. Cresciuta in una famiglia operaia, ha sviluppato sin da giovane una forte consapevolezza sociale, influenzata dall’impegno del padre nel sindacato dei portuali. Ha conseguito la laurea in filosofia politica presso l’Università Federale di São Paulo, approfondendo il pensiero di note saggiste come Simone de Beauvoir e Judith Butler.

 

 

 

Quali sono i suoi principali temi di interesse?

Mi occupo principalmente di femminismo nero, intersezionalità (la sovrapposizione di diverse identità sociali e relative discriminazioni, ndr) e razzismo strutturale. Il Brasile è stato l’ultimo paese dell’America ad abolire la schiavitù… Analizzo come le diverse forme di oppressione si intersecano e influenzano le esperienze delle persone emarginate. Ritengo fondamentale discutere di privilegio e di come le strutture di potere perpetuino le disuguaglianze, non promuovendo politiche pubbliche e educazionali capaci di coinvolgere i milioni di persone che vivono al margine. Bisogna lottare affinché la gente riceva un’educazione di qualità, un’educazione critica, un’educazione che faccia pensare. Perché è l’educazione che riduce le distanze sociali e spinge a lottare per i cambiamenti che sono necessari. E negli ultimi anni stiamo facendo passi indietro, di anti-intellettualismo, di attacchi alla conoscenza.

 

Cosa intende per intersezionalità?

La necessità di considerare in modo integrato le diverse identità sociali – come razza, genere, classe e orientamento sessuale – e le specifiche necessità di ognuna di queste realtà, perché si sovrappongono, non sono distinte. È più funzionale analizzare le problematiche in modo complessivo e proporre soluzioni d’insieme. Questo perché le forme di oppressione funzionano in modo inter-relazionato, e quindi così deve agire l’opposizione alle oppressioni. Per molto tempo la gente ha separato le lotte senza capire che questa dimensione di unione di forze contro le oppressioni è la vera chance per vincerle.

 

Quali sono secondo lei i migliori canali di comunicazione oggi?

La strategia migliore è utilizzarli tutti, in modo interconnesso, complementare. Utilizzo i social media, con tutte le criticità che comportano, per condividere riflessioni e dialogare con il pubblico. Saper conversare nelle reti sociali è importante, conoscere la lingua che lì si parla, uscire dalla bolla accademica, dell’attivismo. Partecipo ovviamente anche a conferenze, dibattiti molto diversi, viaggiando molto, è importante conversare davvero con le persone, cercare di ascoltarle, capirle. Cerco di facilitare un processo: quello di far sentire tutte le voci, quelle spesso non ascoltate, di raccontare tutte le storie che non sono state raccontate, quelle delle minoranze, delle marginalità. E scrivo libri, anche se cala il numero di lettori; credo che valga la pena continuare a scrivere, credo nella continuità, a prescindere da come si presenta la realtà. Vale la pena di perseverare a lottare per la diffusione dei libri e aiutare un’inversione di tendenza. Scrivo in una maniera accessibile. Credo che la mia capacità di tradurre concetti complessi in un linguaggio avvicinabile abbia contribuito alla mia visibilità. Inoltre, la creazione della collana “Feminismos Plurais” ha permesso di portare al pubblico opere di molti altri intellettuali neri, ampliando il dibattito sulle questioni razziali e di genere in Brasile e creando curiosità diffusa.

 

Cosa si aspetta per il futuro della società e delle donne?

Spero in una società più giusta e inclusiva, dove le voci delle donne nere siano conosciute, riconosciute e valorizzate. Per questo ho iniziato un nuovo progetto, di cui sono coordinatrice, che è la collezione “femminismo del Sud globale” per la casa editrice Record, la seconda casa editrice per importanza del mio Paese, il cui obiettivo è pubblicare autori del Sud del mondo, in portoghese, in Brasile. Raccontare la realtà in modo più completo, dando spazio anche a quella parte della storia, delle tradizioni e dei gruppi sociali tenuti sottotraccia; penso sia il modo per far sì che la situazione attuale cambi per le generazioni future. Auspico che le differenze siano celebrate e non più viste come una minaccia, e che le strutture oppressive vengano smantellate, permettendo a tutti di vivere con dignità e rispetto. La mia visione è quella di un mondo che abbraccia la diversità e promuove la giustizia sociale in tutte le sue forme. Sono un’ottimista.

 

Il suo punto di vista su ambiente, territorio, sostenibilità, nutrizione e disparità di genere o classe sociale?

Ovviamente le popolazioni più povere hanno meno accesso agli alimenti di qualità e anche questa è una forma di alienazione. Le comunità nere sono quelle che si alimentano peggio e hanno molti più problemi di salute: diabete, pressione alta, ridotta aspettativa di vita. Non solo, sono anche quelle che più subiscono le crisi ambientali. Il Brasile è ancora terra di nuova colonizzazione e alcuni suoi terreni sono coltivati da gruppi stranieri che utilizzano agrotossici. Sono le comunità più povere che pagano il prezzo più alto di queste azioni.

 

Marta Pietroboni

marta.pietroboni@cibiexpo.it