CONTRO LO SPOPOLAMENTO DEI PICCOLI COMUNI

Durante la cerimonia di apertura della manifestazione torinese dedicata all’enogastronomia internazionale, Carlo Petrini aveva già accennato alla delicata tematica dello spopolamento delle aree interne e dei piccoli borghi del nostro Paese, affermando l’importanza della loro tutela come parte integrante per una funzionale difesa del nostro patrimonio enogastronomico. Due giorni dopo, nel quadro del forum Borghi, pievi, paesi e villaggi: resistere allo spopolamento, si è espresso con maggiore incisività, definendo questa battaglia come “la nuova frontiera su cui il movimento Slow Food deve intervenire a livello mondiale”.

 

 

Foto di Giulia Gasperini

 

 

I nuovi Italiani: “rurali per scelta”

Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia esistono oltre 5.000 Comuni aventi meno di 5.000 abitanti, per un totale di 10 milioni di persone coinvolte. Lo spopolamento interessa il 23% del territorio nazionale e le cause di questo fenomeno vanno rintracciate a più livelli: da un progressivo “depauperamento della socialità”, passando per i problemi di collegamento dei trasporti, fino alla sensibile mancanza dei servizi necessari; tutti fattori che nel complesso stanno contribuendo a trasformare questi gioielli nascosti del nostro patrimonio territoriale in veri e propri “dormitori per pendolari” che ogni mattina si spostano per lavorare nelle città.

L’idea di molti, sostenuta anche da Slow Food, prevede di rilanciare questi posti, dando il via a un’inversione di tendenza che preveda aiuti concreti per favorire i giovani nella realizzazione di “botteghe multifunzionali”, ossia punti di ritrovo capaci di connettere in rete tutte le attività, le bellezze e i punti di forza dei borghi, concentrando, anche nei luoghi più distanti e isolati, tutta una serie di servizi utili agli abitanti e ai potenziali turisti.

Oggi si sta assistendo a un progressivo avvicinamento delle persone a uno stile di vita diverso, lontano dalla frenesia delle metropoli, a favore di una realtà più slow e decentralizzata; si tratta dei cosiddetti “rurali per scelta”, uomini e donne in età da lavoro che, dopo esperienze lavorative e formative nelle grandi città italiane o straniere, decidono di ritornare ai propri luoghi di origine, promuovendo una serie di attività volte a valorizzarne le potenzialità e le specialità autoctone. Pur non trattandosi ancora di grandi numeri, la svolta è visibile soprattutto nelle aree di montagna i cui i borghi hanno visto aumentare i propri residenti di circa 212 mila abitanti nel giro di 10 anni.

 

 

Foto di Reuben Farrugia

 

 

Inoltre il 2017, proclamato dal MIBACT “Anno dei Borghi”, si è concluso con l’approvazione della tanto attesa legge “Salva Borghi” (LEGGE 6 ottobre 2017, n.158), volta a favorire i residenti dei piccoli Comuni attraverso una serie di misure pensate per promuovere l’equilibrio demografico e per ottimizzarne il patrimonio “naturale, rurale, storico-culturale e architettonico”. Però, come sottolineato dal dirigente per le Politiche del Turismo della Direzione Generale Turismo al MIBACT, Francesco Tapinassi, questo sistema non deve cadere nel tranello della così definita “monocultura del turismo” come unica risposta all’abbandono delle economie locali; anzi, l’omologazione e la trasformazione massiva di ogni attività in ristoranti turistici, negozi di souvenir o pizzerie, è dimostrato che non porterebbero a un arricchimento, bensì alla distruzione del genius loci  (cioè l’insieme delle caratteristiche che legano l’uomo a un ambiente, ndr) e, conseguentemente, dell’attrattività tanto funzionale allo sviluppo del nuovo turismo esperienziale

 

 

Slow villages made in Cina

A livello internazionale, la lotta contro lo spopolamento trova terreno molto fertile in un Paese ambivalente come la Cina, mosso contemporaneamente da una forte urbanizzazione e da recenti spinte di controtendenza.

Sotto la supervisione del professor Wen Tiejun, presente alla conferenza torinese, il movimento Slow Food cinese ha dato il via al progetto degli Slow villages, il quale prevede, entro il 2025, la realizzazione dei primi 1.000 villaggi agricoli, catalizzatori delle culture e dei prodotti locali.

 

 

Foto di Chopsticks on the Loose 

 

 

Queste politiche vengono promosse con entusiasmo dal governo cinese, tanto che negli ultimi 15 anni si è riscontrato un investimento di oltre 2 mila miliardi nel settore agricolo. L’obiettivo è quello di far progredire la società da un modello di industrializzazione a uno di ecocivilizzazione. Ai programmi di de-urbanizzazione stanno aderendo oltre 2 milioni e mezzo di pensionati, emigranti di ritorno e giovani, che, una volta terminato il proprio percorso di studio, decidono volontariamente di tornare a vivere in campagna, riconnettendo megalopoli e comunità contadine nell’ottica di un progetto condiviso.

Francesca Gamba
francesca.gamba.z@gmail.com

 

 

 

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