Una piccola super-bacca dell’Amazzonia per smascherare il colonialismo alimentare. Myrciaria dubia è, dal punto di vista botanico, una bacca. Dal punto di vista del mercato, l’ennesimo antidoto a una modernità che ci ha rotto la schiena a furia di stress, smog, cibo industriale. Schiena da riparare con un ingrediente “magico” venuto da lontano, dalla foresta intoccata, da un luogo che immaginiamo ancora selvaggio e puro. Un ulteriore ingranaggio da inserire nel rotismo consumista della modernità (metafora in cui il motore è l’acquisto continuo di beni materiali e culturali).

Il camu camu cresce nelle zone umide dell’Amazzonia – Perù, Brasile, Colombia, Venezuela, Bolivia, Ecuador – lungo fiumi e piane allagate. È un frutto piccolo, tondeggiante, dal colore rosso-violaceo e dal sapore fortemente acido. La ricerca scientifica lo descrive come una delle fonti naturali più ricche di vitamina C (anche se, certo, i valori variano in base a maturazione, tipo di pianta, dove lo analizzi e come lo trasformi). Ha anche composti fenolici, antociani, flavonoidi, insomma, il profilo bioattivo è interessante. Possibili effetti antiossidanti e antinfiammatori? Forse. Ma – e qui, come sempre, sta il trucco – tra: “la pianta ha proprietà interessanti” e “l’integratore che cura…”, c’è un abisso di prove cliniche che non ci sono. Ma il mercato lo trasforma comunque in “ingrediente funzionale”. Non importa più il sapore, l’uso locale, la stagionalità. Importa una sola cosa: estrarlo, polverizzarlo, standardizzarlo, certificarlo, venderlo come medicina.
Il frutto viene tradotto in numeri – percentuali, milligrammi, dosi giornaliere consigliate – e inserito in un linguaggio dalle grammatiche precise, pensate per i consumatori: “supporta il sistema immunitario”, “naturale”, “dalla foresta pluviale”. Non stai più mangiando un frutto. Stai incorporando una promessa.
È qui che l’antropologia ha già avuto qualcosa da dire. Lo storico Sidney Mintz ci ha insegnato che lo zucchero non era soltanto dolcezza: era colonialismo, lavoro schiavista, capitalismo. Lo stesso accade con il camu camu. Non possiamo accontentarci di chiederci “fa bene?”. Dobbiamo chiederci: chi lo raccoglie? Quanto viene pagato? Chi lo trasforma? Chi controlla il prezzo globale? Chi decide che cosa sia “naturale”? Chi beneficia dell’immagine dell’Amazzonia come farmacia verde del pianeta?
La retorica del “superfood” tende a comprimere storie complesse in una formule seducenti: un luogo remoto, popolazioni indigene, una pianta miracolosa, un consumatore urbano in cerca di autenticità e salvezza. Ma dietro quella polvere rosa troviamo una rete invisibile di attori – raccoglitori, agronomi, intermediari, aziende nutraceutiche, ricercatori, influencer – in cui il valore maggiore (il denaro) sfugge il suo luogo d’origine.
In altre parole: il camu camu rischia di essere venduto come “Amazzonia”, ma l’Amazzonia non trattiene la parte principale del valore economico. Il ricco margine di profitto? Quello sta nelle fasi di trasformazione, certificazione, marketing e distribuzione internazionale.
L’antropologa Mary Douglas ha mostrato che ogni cultura classifica il cibo secondo logiche di purezza e contaminazione. Il camu camu globale viene collocato dalla parte del “puro”: naturale, vegetale, amazzonico, antiossidante, non industriale.
Ma ecco il paradosso: questa purezza è costruita. Quella che arriva nel barattolo è una polvere lavorata, trasportata attraverso lunghe catene logistiche, venduta online, standardizzata secondo parametri industriali. La “natura” nel tuo barattolo è già una natura mediata, resa leggibile dal mercato, costretta in una filiera globale.
Quando acquisti camu camu in polvere, non compri soltanto “vitamina C”. Compri una distanza. Compri l’idea che la salute perduta nella modernità possa essere recuperata attraverso un ingrediente proveniente da un altrove ecologico e morale. Compri il diritto di sentirti virtuoso mentre continui la tua vita urbana, industriale, veloce.
Nel mercato del wellness, il cibo non nutre il corpo: lo rassicura, lo purifica, lo disciplina. Una piccola tecnologia morale di auto-gestione.
Camu camu, açai, quinoa, spirulina, goji, gingseng, guaranà: oscillano tutti tra una valorizzazione economica reale dei territori d’origine e un’appropriazione simbolica spietata da parte dei mercati del benessere occidentali.
Negli ultimi anni il camu camu è stato promosso come ingrediente per alimenti funzionali, nutraceutici, cosmetici, prodotti industriali. Questa valorizzazione economica potrebbe creare opportunità reali per produttori amazzonici. Ma riproduce sempre le stesse vecchie disuguaglianze: il valore simbolico, strappato alla foresta (“amazzonico!”, “naturale!”), il valore economico nelle mani di chi trasforma, certifica, marketta e distribuisce.
È la vecchia storia del colonialismo, riscritta nel linguaggio contemporaneo: la materia prima sottratta al sud del mondo, il profitto con le radici ben piantate nel nord. Ma la domanda che dovremmo porci è: perché abbiamo bisogno di comprare l’ennesimo ingrediente “magico” per risolvere i nostri problemi?
Riccardo Vedovato
riccardo.vedovato1994@gmail.com
