Parliamo di bambù, “l’acciaio vegetale”. Da qualche anno sono spuntati finti consorzi, mille aziende e sedicenti compagnie d’investimento tutti pieni di allettanti proposte di facile guadagno per chi decide di investire sul bambù. Ma “la pianta dell’oro” forse tanto d’oro non è. Per fare chiarezza in questa selva di promesse e miraggi, abbiamo intervistato Thomas Allocca, designer e profondo conoscitore del bambù. Ha scritto articoli per la World Bamboo Organization, la American Bamboo Society e la European Bamboo Society, nonché creato Madake Corporation, un progetto di lotta contro le speculazioni dei consorzi che attraverso il bambù vuole sviluppare un nuovo “made in Italy di qualità”, un mercato di nicchia sostenibile e funzionale alla realtà italiana.

Perché investire nel bambù in Italia?
Perché il mondo sta andando nella direzione delle risorse naturali a base ligneo-cellulosica e il campo dell’architettura in legno, di cui mi occupo, rappresenta un settore primario di traino per gli investimenti internazionali a basso impatto ambientale. I costi maggiori si hanno con quelli da germoglio alimentare, la massima redditività con quelli da legno pregiato che rappresentano una buona alternativa a gran parte delle latifoglie e delle conifere, oggi ancora utilizzate per il mercato di massa, meno energivori, a parità di prestazioni, e più performanti, a parità di costi energetici.
Il mio scopo con la Madake Corporation è arrivare alla sostituzione dei pioppeti con bambuseti da legno ad alta prestazione. Ovviamente come per i pioppi, anche per i bamboo, piantare la specie o la cultivar sbagliate, vuol dire ritrovarsi con il nulla e perdere tempo.
Le più comuni aziende del settore promettono fino a 90.000€ di ricavi annuali per acro (cioè per più di 4.000 mq da coltivazioni intensive ndr). È una cifra plausibile?
Queste cifre non sono possibili neppure in Asia per gli imprenditori che trasformano il legno a costo quasi zero. Come è possibile pensare che chi produce la materia prima possa ricavare ad ettaro (cioè 10.000 mq ndr) più di chi la compra e la trasforma per venderla come prodotto finito?
Che cosa ne pensa dell’attuale situazione?
Quello che vedo, leggo, sento e mi viene riferito è pura speculazione commerciale senza cognizione di causa, né scientifica, né imprenditoriale, volta sola a vendere piante e a garantire l’impossibile. Purtroppo sono convinto che nessuna delle imprese avviate arriverà a fine ciclo. Una cosa è piantare bambù e inventarsi un proprio mercato di nicchia, cosa diversa è creare una rete di piantagioni per un progetto imprenditoriale nazionale che deve fare i conti con i mercati esteri. La seconda ipotesi è quella che farà piangere molta gente.
Alessandro Caviglione
