Il riso come veicolo per parlare di scienza e società. Anna Cecilia Rosso ha 42 anni e da poco – dopo un lungo periodo faticoso ma formativo – è diventata professore associato all’Università dell’Insubria, Dipartimento di Economia. La intervistiamo perché ha avuto un’idea particolare, per entrare nel merito della quale è fondamentale scoprire qualcosa della sua storia personale.

Partiamo dalle origini, allora…
La mia è una famiglia vercellese, di produttori di riso. Sono nata all’estero, in Canada, e, anche se i miei genitori sono ritornati in patria quando ero molto piccola, mi è rimasta una sorta di connessione con i luoghi nativi, l’amore per l’aria aperta, la voglia di viaggiare. Ho fatto l’Università a Milano, la Bocconi, e poi un dottorato di economia a Londra, e da lì ho iniziato la mia carriera universitaria. Quando sono rientrata in Italia, è stata dura… Tutto si muove molto lentamente, e rendere concrete le idee, anche se bellissime, è un processo complesso…
E così…?
Nel 2021 – la vita lavorativa andava benissimo, mi ero spostata a Varese perché avevo appunto vinto un concorso per diventare Professore Associato – ho iniziato a pensare a come avrei potuto ridare spazio nella mia quotidianità alla storia risicola della mia famiglia e supportare la ricerca in modo concreto e in tempi controllabili. Anche perché, soprattutto post Covid, l’attività di studio mi sembrava estremamente autoreferenziale. I ricercatori studiano e scrivono tantissimo, sono consapevoli di come funziona il mondo – vale soprattutto per noi che ci occupiamo di scienze sociali – ma non riescono a trasmettere questo sapere al resto della popolazione. Lo facciamo in modo confuso, utilizzando troppi canali, senza ordine e regia. Questa comunicazione scienziati-società è un po’ inceppata. Ma la divulgazione è fondamentale. Se oggi siamo, come collettività, consapevoli di alcune cose, è perché c’è stato qualcuno che prima ha studiato e poi, poco per volta, ha trasferito alla società le cose apprese; penso ai diritti, alla medicina…
Ti è venuta un’idea che mi sembra sia interessante sia non comune…
Mi sono detta: proviamo a vedere se utilizzando un prodotto, un bene di largo consumo come il riso, che è un po’ la mia origine, posso provare a passare dei messaggi brevi a un pubblico più ampio ed eterogeneo. Credo tantissimo nella ricerca accademica, e per questo mi sono concentrata su come comunicare in un modo più pervasivo quello che noi ricercatori facciamo. Quando conduciamo dei sondaggi, scopriamo cose per me incredibili, convincendomi che a livello di divulgazione bisogna fare di più, sperimentare modi nuovi. Recentemente ne abbiamo fatto uno sulla violenza domestica. Come è possibile che ancora oggi il 20% delle donne pensi che sia sua la responsabilità se, ubriaca, viene stuprata? Il fattore culturale, gli stereotipi, hanno una potenza enorme. Sono le ragioni principali in base alle quali si fanno le scelte; anche di fronte a politiche illuminate o a nuove occasioni offerte alla società, senza consapevolezza individuale non si imboccano le strade migliori. Così è nato Quanto.
Raccontaci il progetto più nel dettaglio.
Sono partita dall’idea di utilizzare uno strumento, il riso, per far arrivare informazioni scientifiche a persone che probabilmente dalla ricerca classica non sarebbero mai state raggiunte, partendo dal fatto che mangiamo tutti e tutti facciamo la spesa. Ho quindi lavorato sulla chiave di accesso.
Proponiamo tre tipi di riso: il riso Carnaroli, perché è quello che piace a tutti e fa volume, quindi mi permette di entrare sul mercato facilmente, e poi – dato che ho avuto la fortuna di conoscere la Strada del Riso Vercellese e il suo fondatore, Massimo Biloni, una persona molto innovativa che sperimenta la coltivazione e la produzione di tipologie di nuovi risi – due varietà particolari: l’Ebano, un riso nero, cicciottello e saporito, il nostro prodotto che piace di più, e il Rubinum, che introdurremo a breve sul mercato, un riso rosso, lungo, un pochino più sottile. Sono tutti sostenibili al 100%, hanno bisogno di pochissima acqua, hanno cicli brevi ed essendo risi giovani sono molto sani, quindi non richiedono trattamenti; sappiamo che questo è il futuro, l’innovazione verso la quale si sta andando. Bisogna lavorare sul DNA dei risi, che non vuol dire produrre OGM (Organismi Geneticamente Modificati), ma utilizzare le TEA (Tecnologie di Evoluzione Assistita) e cioè aiutare grazie alla tecnologia processi che in natura avverrebbero comunque, ma in tempi più lunghi, e magari dando vita a variazioni non funzionali.
E poi?
E poi ci siamo concentrati sul materiale informativo nuovo da realizzare: un libretto da inserire nella confezione di riso, capace di affrontare in modo semplice tematiche complesse, come l’immigrazione nel nostro Paese, oppure qual è l’età giusta per avere uno smartphone ecc., e permettere a chi legge di trovare risposte e vivere meglio. E adesso cerchiamo sostegno economico, perché, per fare tutto quello che avremmo in mente, io e la squadra di giovanissimi consulenti che mi aiuta abbiamo bisogno di altre risorse.
Marta Pietroboni
